Deus Ex: Mankind Divided Recensione

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Dedicata a Kane112esimo: che possa riprendere la retta via della conoscenza videoludica

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Essenzialmente se leggete una recensione su Projectnerd.it, scegliete di leggere qualcosa di estremamente diverso, di personale e che soprattutto rispecchia il punto di vista di un grande appassionato di videogiochi, motivo per cui se avete scelto di leggere questa recensione di Mankind Divided non è per sapere se è giusto acquistarlo o meno, bensì per ottenere un punto di vista prezioso utile a migliorare la propria percezione del titolo di Nixxes Software.

E come dico spesso per i grandi titoli e già questo dice tutto di quello che sarà la recensione, non sarà facile metterlo su carta digitale.

 

PERCHE’ E’ BEN FATTO?

 

Le mie recensioni non arrivano in ritardo rispetto a tutte le altre. Semplicemente decido di scriverle quando comprendo un gioco e desidero condividere le mie “scoperte” con il resto del mondo. Di fatti non sopporto le recensioni che si professano essere “oggettive”. Una recensione non è una descrizione, bensì una opinione. In ogni caso.

Se siete dei bravi internauti, avrete sicuramente letto un centinaio di altri testi su altri siti che elogiano l’ultima opera pubblicata da Square-Enix, scritti che si concentrano soprattutto su un personaggio carismatico e su uno scenario geopolitico interessante.

Per quello che mi riguarda, soffermarsi su questi aspetti non ha alcun valore, poiché sono sempre stati i tratti caratteristici della saga. Pertanto, osservare questi punti come squisiti ed eccezionali è come affermare che l’ultima Ferrari sia incredibilmente bella e potente, quasi ignorando il fatto che anche le Ferrari del passato erano in realtà altrettanto (o forse anche di più).

Mi sembra quindi ovvio che Deus Ex: Mankind Divided offra uno scenario geopolitico eccezionale condito da personaggi squisitamente tratteggiati, ma tale accade perché è proprio della filosofia di Deus Ex raccontare una storia che sia la conseguenza di eventi geopolitici importanti.

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E’ normale pensare che Deus Ex proponga una trama tratteggiata da ampie riflessioni geopolitiche

Nel caso di Mankind Divided, ci ritroviamo poco dopo il termine di Human Revolution, che per Eidos e Nixxes risultava essere una sorta di reboot per l’intera serie. Il fatto che si continui la trama del precedente capitolo, porta come risultati conseguenze drammatiche per i potenziati, i quali fanno la figura degli islamici praticanti contemporanei, sempre giudicati e soprattutto trattati con diffidenza. Considerato Mankind Divided come sequel, è giusto aspettarsi qualcosa che sia prettamente uguale alla precedente opera da cui si ispira? Ci si aspetterebbe questo: alla fine migliorare una esperienza quale quella che è stata Human Revolution sarebbe stata una impresa difficile anche per un game designer come Warren Spector, ma proprio perché l’opera di Nixxes riesce effettivamente a diversificare l’esperienza migliorando tutti gli aspetti dell’avventura precedente, è impossibile affermare che Mankind Divided non sia davvero ben fatto.

Se c’è una cosa che adoro e rispetto, è proprio l’attitudine di saper migliorare i capolavori.
DIVERSO EPPURE SIMILE

In una recente intervista a Warren Spector, il celebre Game Designer statunitense affermò come il voler stravolgere la formula di Deus Ex con Invisible War fu una impresa difficile e assolutamente controproducente, perché diede come risultato un prodotto non in linea con le aspettative del pubblico e molto difficile da comprendere. Sicuramente Eidos e Nixxes si sono ritrovati davanti allo stesso dilemma. Creare un seguito clone non avrebbe avuto alcun significato, intraprendere invece una scelta di miglioramento assoluto come già fatto per esempio con Mass Effect 2 da parte di Bioware sarebbe stato più consapevole e vincente, e così è stato. Che cosa è a cambiare?

L’idea alla base di Mankind Divided è quella di proporre una esperienza più grande grazie ad ambientazioni dinamiche che non facciano solo da sfondo alle diverse vicende vissute da Adam Jensen, ma che siano vive  e in grado di raccontare storie anche senza il bisogno di nuove missioni.

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Adam Jensen è tornato e questa volta è davvero arrabbiato. La sua espressione dice tutto.

L’ambientazione di Praga, che fa da padrona per gran parte dell’avventura, restituisce la stessa idea della Liberty City di GTA IV, una città con una sua forte cultura, ove noi protagonisti non siamo propriamente i benvenuti, sia perché siamo stranieri sia perché siamo dei potenziati. E allo stesso modo per cui Liberty City sta un po’ stretta a un immigrato clandestino come Niko Bellic, anche noi ci sentiamo un pesce fuor d’acqua, con il compito di dover indagare all’interno del tessuto socio-culturale della città per comprenderne di più.

Per farlo gli sviluppatori hanno creato una ambientazione densa e plausibile, con una ricercatezza estetica che ricorda da vicino quanto creato dai “cugini” di CD Projekt Red: niente è lasciato al caso e tutto è stato pensato per essere in armonia con il resto dell’ambientazione, con una coerenza tale da lasciare a bocca aperta.

Il fatto che la città di Praga si proponga come qualcosa di vivo e unico, porta irremidiabilmente il giocatore a esplorare l’ambientazione alla ricerca di nuovo materiale utile a capire le vicende, come già citato prima. L’esplorazione infatti si dimostra ancora più importante di quanto già non lo fosse in Human Revolution. In tal senso, gli sviluppatori hanno pensato di creare una infinità di possibilità diverse per riuscire a proseguire per la nostra strada disturbati o indisturbati, restituendo la sensazione che Praga sia davvero totalmente esplorabile e che nessuna porta sia effettivamente chiusa.

Proprio il sapere che Praga non è una città chiusa e soprattutto a corridori come Detroit, cambia letteralmente la percezione di quello che viene proposto a schermo. Adam Jensen non è infatti al centro di una vicenda che lo rende partecipe come protagonista assoluto, bensì è una delle tante vite che si stanno consumando nel futuro distopico ricreato dagli sviluppatori. Nessuno affida missioni ad Adam, è lui che prosegue le sue vicende per puro spirito di sopravvivenza, cercando di interpretare e in qualche modo reagire agli eventi attorno a lui scaturiti però da altre persone.

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La città di Praga possiede una sua forte identità culturale, percepita grazie alla maestria degli sviluppatori nel ricrearla materialmente

 

Pertanto, oltre a un level design più ricercato, a livelli più grandi e praticamente immensi, al miglioramento totale di ogni feauture già presente in Human Revolution, a sradicare l’idea che Mankind Divided sia una sorta di “clone” è proprio il fatto che Adam Jensen non è un eroe sotto copertura che lavora per chissà quale enorme corporazione.

Adam Jensen è semplicemente un essere umano tra i tanti, una vita tra le miliardi di persone che vivono nel mondo del futuro. Una esistenza come le altre il cui destino ha voluto fosse dalla parte sbagliata del muro.

Ne paga le conseguenze.

E cerca di sopravvivere.

 

GAMEPLAY E TECNICA

 

La campagna promozionale di Mankind Divided non è secondo me riuscita a esaltare le qualità degli aggiornamenti fatti all’attuale engine grafico, promuovendo l’idea che anche per questo suo buon tratto, si trattasse di un clone. Il motore grafico è effettivamente lo stesso di Human Revolution, rammodernato e migliorato sotto ogni punto di vista, dall’illuminazione (ora davvero eccezionale), fino alla gestione delle textures. I poligoni sono migliorati di netto, mentre la fisica in-game, purtroppo gestita da Nvidia Physx che appesantisce non di poco l’esperienza, è accettabile. I modelli sono migliorati di netto e in ogni caso non parliamo di un titolo che offre il miglior scorcio grafico del 2016, sebbene dal punto di vista artistico stiamo parlando di uno dei migliori titoli di sempre. Potenza grafica e arte molto spesso non vanno d’accordo in un videogioco, ecco perché l’esperienza di Mankind Divided è condita da filmati in-game dal tocco cinematografico pronunciato e suggestivo e da dialoghi finalmente migliorati e più vari nella loro forma.

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Artisticamente parlando, Mankind Divided è eccezionale

Dal punto di vista del gameplay, si traduce in una esperienza diversificata e più profonda, che però predilige molto di più le fasi Stealth e le discussioni “accese”. Progredire con la forza bruta è praticamente impossibile e totalmente sconsigliabile. Gli sviluppatori ce lo dicono in tutti i modi, piazzando guardie con armi letali ovunque e robot giganti in possesso di enormi mitragliatrice a mira automatica laser. Sparare all’impazzata vuol dire morire all’istante, anche perché la vita di Adam Jensen è precaria e legata a una condizione umana che non gli permette di sopravvivere a una raffica di proiettili.

A tal proposito non comprendo ancora il motivo di potenziare le skill offensive di Adam.

A differenziare un po’ l’esperienza in termini di gameplay ci pensano i “potenziamenti nascosti” di Adam, i quali portano il potenziato americano a ottenere poteri eccezionali, al prezzo di essere sempre al limite del rigetto. In generale non cambiano l’esperienza in modo radicale, semplicemente la rendono più varia.

Il level design si dimostra però predominante nel cambiare le sorti del gameplay, in quanto saremo chiamati a interpretare le infinite possibilità di infiltrazione per poter progredire nei più disparati livelli. Il livello di sfida piuttosto pronunciato obbliga il giocatore ad azioni lente e pensate, nell’ottica di sfiorare una esperienza Try and Error tipica degli anni ‘90 e soprattutto del primo Deus Ex.

Da questo punto di vista, Mankind Divided riprende molto quello che fu Deus Ex di Warren Spector, puntando davvero molto sull’esplorazione e sulla interpretazione logica dei livelli, piuttosto che a una azione più dinamica e feroce proposta da Human Revolution, azzeccando in pieno.

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La forza bruta servirà a poco con quei bestioni

 

IN THE CONCLUSION

 

Mankind Divided, nonostante sia un capitolo di intermezzo, è sicuramente all’altezza del titolo originale, ovvero l’opera di Warren Spector. Il level design è a livelli eccellenti, mentre la componente ruolistica viene a meno rispetto a una pianificazione più intelligente e minuziosa da parte del giocatore, il quale dovrà scervellarsi al meglio per poter completare alla perfezione le vari fasi del titolo.

Stiamo quindi parlando di un capolavoro, di un’opera che riprende i canoni della leggendaria creazione di Spector e che soprattutto migliora qualsiasi aspetto del precedente capitolo, riuscendo nell’ardua impresa di differenziarsi e soprattutto di essere unico e allo stesso tempo “tradizionale”.

Un titolo che deve assolutamente entrare nella libreria di qualsiasi giocatore che voglia definirsi tale, con la certezza di proseguire in un viaggio che molto probabilmente finirà con il prossimo capitolo. La squisitezza artistica dell’opera, accompagnata da una componente tecnica accettabile e da un doppiaggio in italiano ben fatto, non posso che eliminarne ogni scusa per non giocarlo.

 

Fatelo: non ve ne pentirete.

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Marco Masotina

Marco Masotina

Tosto come un Krogan, gli piace essere graffiante e provocante per scoprire cosa il lettore pensa dei suoi strani pensieri da filosofo videoludico. Adora i lupi, gli eventi atmosferici estremi, il romanticismo e Napoleone.