Transformers Devastation recensione – l’anacronismo ben collaudato

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Capita talvolta di sottovalutare un determinato videogioco e di ritrovarsi anni dopo a installarlo all’idea di “Ma si, una chance la posso dare a questo mucchio di codice scritto da impiegati sottopagati”. Talvolta il risultato si dimostra in linea con le aspettative deludenti, altre volte invece si scoprono alcune chicche capaci di trasportarci verso mondi nuovi e sconfinati. Ma esiste in realtà la piccolissima probabilità che accadano entrambe le cose allo stesso momento, deludendoci per le aspettative non mantenute e allo stesso tempo divertendoci facendoci scoprire o riscoprire mondi sconosciuti o dimenticati.

E’ il caso di Transformers: Devastation, titolo del 2015 pubblicato dall’infima Activision e sviluppato da un’allora quasi spaesata Platinum Games e che al tempo della sua uscita nemmeno lo considerai come gioco retail. Chi giocherebbe mai un videogioco dedicato all’universo cartoon di Transformers negli anni in cui vige la visione dell’esplosivo (letteralmente) Michael Bay? Beh..nessuno.

Tuttavia vi fu un piccolo gruppo di giocatori che mi incitò a giocarlo, parlandomi di come il titolo si rifacesse davvero all’universo inchiostrato di Transformers proponendo contenuti per nostalgici e un gameplay dalla sfida ardua. A due anni di distanza ho deciso di ascoltare costoro che insinuavano il mio errore nel tralasciare Transformers: Devastation e di verificare le loro parole: ecco cosa ho vissuto.

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Non sono mai stato davvero appassionato di Transformers, ma una chance la si da a tutti, no?

NON CI CAPISCO NIENTE E CONTINUERÒ’ A CAPIRE

Non essendo in alcun modo appassionato a Transformers e in generale a nessun mecha in circolazione nel globo, non ho mai seguito in modo dettagliato le vicende di Optimus Prime e combriccola, che a quanto pare dal 1984 tengono compagnia a miliardi di persone (si, miliardi). A tal proposito sembro essere io l’eccezione di un mondo che letteralmente ama Transformers. Non che non mi piacciano: li gradisco, ma non li ho mai seguiti per davvero. Tutto questo per dire che per apprezzare al meglio Transformers: Devastation bisogna essere efferati in materia, pena non capirci un bel fico secco. La trama del gioco si rifà alle classiche vicende dei robottoni trasformabili, con una terra nuovamente in pericolo messa sotto scatto  dai svariati gruppi di Decepticon anche in questo caso capitanati da Megatron. L’obiettivo dei nemici è distruggere tutto e creare una nuova Cybetron, come sempre del resto.

Non entro nei dettagli anche perché potrei fare una grandiosa figuraccia agli occhi di chi i Transformers li mastica davvero, vi basti sapere che la storia, in Transformers Devastation, non è la portata principale del gioco e nemmeno il secondo piatto. La contestualizzazione del titolo fa infatti da sfondo a quella che è l’anima pura della produzione di Platinum Games, ovvero un gameplay vecchia scuola che sa sorprendere soprattutto gli amanti dei classici canoni stilistici giapponesi.

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Il gameplay è la vera portata principale del gioco

VOGLIO PERDERE ANCORA UNA VOLTA

Se la trama del titolo così come le vicende narrate possono passare in secondo piano, ad aver reso molto appetibile ai miei occhi Transformers Devastation è stato un gameplay raffinato e vecchia scuola in puro stile Platinum Games. Come è solito fare dalla software house giapponese, per sconfiggere i nemici è necessario padroneggiare al meglio sia le numerose armi bianche presenti in-game che svariate armi da fuoco utili per creare micidiali combo infinite. I tasti da premere in realtà non sono moltissimi e la configurazione degli stessi può essere stimata alla pari di quelle già presenti negli svariati picchiaduro nipponici e nei musou più tradizionali. Quello che ne esce è una quantità di scontri continua e sempre impegnativa, ove il giocatore è costretto a pensare nell’immediato a creare la combo perfetta per spazzare via gli avversari. Il tutto non è però affatto semplice, nemmeno nella consigliata modalità di gioco “Normale”, la quale propone un livello di difficoltà già alto e molto impegnativo.

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In Transformers Devastation si bestemmia e anche tanto

Quello che più mi ha sorpreso, pur trattandosi di un prodotto creato in Cross-Gen sebbene sia stato pubblicato nel corso del 2015, è la sua attinenza ai canoni stilistici nipponici il che, in qualche modo, mi ha fatto sorridere. Oltre alla difficoltà molto elevata, si è chiamati a premere tasti come dei forsennati con le giuste tempistiche e le esatte sequenze per poter riuscire a fare danni sensibili ai nemici, i quali si rivelano molto furbi e soprattutto agili. A tal proposito viene incontro un gameplay molto ripetitivo che permette di evitare con una capriola ogni fendente avversario per poter rallentare il tempo e quindi colpire il nemico più volte senza che quest’ultimo possa reagire. Posso essenzialmente riassumere l’intero gameplay di Transformers Devastation in pochissime righe: “Evitare con una capriola i colpi avversari ancora e ancora e successivamente crivellarli di colpi cercando di utilizzare le più impossibili compo disponibili per tentare di danneggiare chi abbiamo di fianco”.

Detto così il tutto sembra noioso e terribilmente triste. La realtà è che Transformers Devastation sembra un gioco uscito direttamente dagli anni ‘90, con un gameplay estremamente schematico e dall’alto grado di sfida che intriga il giocatore al punto di non farlo più staccare dallo schermo. Alla fine la saga dei Souls ha fondato su questo concetto il proprio successo, giusto?

Stile nipponico classico puro.

Bella la presenza di sezioni platform in realtà abbozzate e di un sistema di loot mediamente efficace che permette al giocatore di modificare l’equipaggiamento dei vari autobot disponibili, tutti con abilità e talenti unici da sfruttare

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Nel gioco si devono sbloccare armi e potenziamenti in quantità

 

TECNICAMENTE PARLANDO

Il titolo è pessimo. No, dico davvero: graficamente non offre nulla. Platinum Games nel 2015 non sembrava molto ispirata e lo si poteva già intuire da “La leggenda di Korra”, titolo uscito poco prima di Devastator che fece infuriare milioni di fan della saga di Di Martino e Konietzko per il suo gameplay abbozzato e la sua poca attinenza al bellissimo cartone. In questo caso le cose non sono diverse. La tecnica Cell Shading utilizzata è rudimentale, sebbene il tutto gira in modo fluido e senza cali di frame-rate di norma (e ci mancherebbe altro). I disegni non fanno gridare al miracolo, ma si rivolgono soprattutto ai fan di vecchia data di Transformers risultando evidentemente attinenti con le prime serie dell’omonimo cartone.

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Le animazioni sono invece molto legnose e schematiche, il che mi fa pensare che il tratto di Platinum Games volesse semplicemente essere coerente con lo spirito anni ‘90 della sua produzione e in qualche modo ci riesce. Se analizzato in modo distaccato dal resto del gioco, il motore grafico così come i suoi risultati sono terribilmente anacronistici, quasi di cattivo giusto. In realtà però, se osservato come parte integrante di un gioco che vuole celebrare gli anni d’oro dei videogiochi in tre dimensioni, non risulta per niente sgradevole e nemmeno fuori luogo, anzi: si fa apprezzare e quello che si viene a creare è un tocco retrò dalle volontà chiare.

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Graficamente parlando Transformers Devastation sembra esser uscito direttamente dal 2006. Però sapete una cosa? Visivament eparlando è coerente al suo anacronistico gameplay

IN THE CONCLUSION

Transformers Devastation, anche se a primo acchito può risultare terribile, in realtà mi ha davvero sorpreso. Lo avevo evitato come la peste, anche perché nel 2015 di Activision proprio non ne volevo sapere. E poi a quei tempi Platinum Games sembrava un po’ sulle nuvole. In realtà quello che ho potuto trovare è un gioco dal gusto retrò ben riuscito, appagante nel gameplay e lungo il giusto per non risultare troppo noioso (circa cinque ore emmezza di gameplay). Sarebbe forse una follia pagare a prezzo pieno questa esperienza, tuttavia consiglio di dargli una chance. Il gusto tipicamente nipponico di Platinum Games unito a un livello di sfida elevato e a un background narrativo che si rifà alle produzioni Transformers classiche, potrebbe risultare un cocktail ben dosato per tutti gli appassionati dei giocattoli Mattel e in generale della filosofia di gameplay giapponese tutta da riscoprire a suon di cazzotti e combo infinite.

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Pronti a fare a cazzotti?

 

Marco Masotina

Marco Masotina

Tosto come un Krogan, gli piace essere graffiante e provocante per scoprire cosa il lettore pensa dei suoi strani pensieri da filosofo videoludico. Adora i lupi, gli eventi atmosferici estremi, il romanticismo e Napoleone.