Ghost Recon Wildlands recensione: una sorpresa gradita

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Quando hai a che fare con un francese mangiabaguette è sempre difficile capire se ti sta fregando o se invece ti sta incredibilmente omaggiando. Sarà per l’accento formaggioso o per quel profumo di lavanda che inebria il corpo e la mente, ma non è mai facile capire le intenzioni di un francese.

Quando Ghost Recond Wildlands venne presentato, piansi, di gioia. Questo perché finalmente riuscì a capire che Ubisoft aveva dichiaratamente intrapreso la strada dell’autodistruzione. Perché quando osservai il nome di Ghost Recon, tanto elegante e tanto storico, essere associato a sparatorie a base di enormi fucili americani e fustacchioni da palestra pompati ad acqua, non potei che decretare la fine di una Ubisoft che sembrava non voler più ritornare sui suoi passi.

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Muscoli, sudore, armi tonanti..no: Ghost Recon è tutt’altro e Wildlands, inizialmente, sembrava essere qualcosa di estremamente distante dalla tradizione della serie francese

Con l’avvenuta di Call of Duty e la fine del progresso ludico, sono state tante le società ad adattarsi a standard sempre più stereotipati e soprattutto “casinisti”, trasformando brand storici anche piuttosto complessi in un semplice ammasso di steroidi e razzi RPG. Questo Wildlands, almeno nella sua prima presentazione, non sembrava esser da meno. Poi arrivò l’E3 2016, da me definito come il migliore dal 2009 a questa parte. Nella sede losangelina, una Ubisoft che sembrava volesse per lo più far cabaret che presentare videogiochi, fece osservare un Wildlands un poco rinnovato, ma che sembrava la copia spudorata di The Division in salsa sud-americana. Se vi ricordate bene, e nel mio caso mi è difficile scordarlo, persino le animazioni erano totalmente riprese dal precedente titolo dedicato alla Divisione di New York.

Totalmente senza speranze e sempre più sicuro che Ubisoft sarebbe sempre più declinata sotto gli ormai pesantissimi colpi di una concorrenza che si è ripresa la concessione di osare con nuove produzioni, una volta installata la mia copia di Wildlands sulla mia PS4 ho pianto e anche forte. Questa volta perché avevo capito di non avere capito che Ubisoft non era affatto in declino.

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All’E3 2016 Ubisoft diede prova di saper fare cabaret e di non saper minimamente come presentare videogiochi

 

NON SENTO ALCUN RUMORE

Una dei tratti caratteristici di Ghost Recon è quello di essere estremamente difficile. Diversamente da Rainbow Six, la serie di Ghost Recon pone l’attenzione su un gruppo di forze armate speciali dell’esercito americano per far fronte a diversi scenari tipici dei romanzi del leggendario Tom Clancy. Direte voi: quale diavolo è la differenza tra Ghost Recon e Rainbow Six? La differenza sta nelle forze armate scelte. Se in Rainbow Six possiamo personificare i corpi speciali esterni all’esercito di diversi paesi (come la GIGN o gli SWAT), in Ghost Recon si personificato soldati scelti dell’esercito americano, con diretta conseguenza nei fatti narrati. E’ quindi ovvio che in Ghost Recon si celebri l’america come unica nazione capace di salvare il mondo facendo sfoggio di tecnologie militari fin troppo all’avanguardia senza badare molto alle conseguenze geopolitiche delle proprie azioni. Non solo: Ghost Recon è sempre stata la serie che ha trainato per livello tecnico le produzioni di Ubisoft, proponendo modelli poligonali pazzeschi e generalmente mappe vastissime in cui sfidare una potente intelligenza artificiale all’ultima trovata strategica. L’idea però era sempre quella di portare a termine l’operazione nel miglior modo possibile, raggiungendo gli obiettivi designati facendo meno caos possibile. Da ricordare sono i primi due Ghost Recon (escluse le espansioni) e il primo Advanced Warfighter: il secondo, seppur artisticamente eccelso, fu un esperimento che si discostò di netto dai canoni del genere centrando comunque l’obiettivo.

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Si, insomma: nel 2002 Ubisoft su Pc proponeva un dettaglio grafico che su console si sarebbe intravisto soltanto cinque anni dopo, giusto per dire come Ubisoft, tempo fa, teneva le redini del mercato

Con il forte pregiudizio per cui Wildlands non era niente di tutto quello che Ghost Recon è stato, pad alla mano mi son dovuto immediatamente ricredere. Ubisoft è secondo me riuscita nell’impresa di comunicare l’opposto di quello che Wildlands è. Generalmente ritorna tutto quello che Ghost Recon ha sempre offerto: una squadra di quattro o più persone da comandare, spazi molto aperti, un approccio iper-strategico all’azione e una difficoltà piuttosto alta. Dovete credermi: tutto questo in Wildlands c’è e si fa sentire in ogni momento. Per quanto riguarda la propria squadra da gestire, la critica per cui l’IA si comporti come un criceto affetto da strane malattie è cruda e sensata. Wildlands è un gioco da giocare assolutamente in cooperativa, pegno una esperienza frustrante e non all’altezza delle aspettative. In COOP il gioco risulta infatti perfetto e di una qualità ludica ineccepibile. Il meglio di sè lo da quando i proiettili iniziano a fischiare. Utilizzare le armi, sia in terza che in prima persona (lo switch di prospettiva è caratteristico della serie), non è niente affatto facile e in ogni momento bisogna dosare i colpi affinché il rinculo dell’arma non disturbi troppo la traiettoria dei colpi. Le armi sono ben differenziate, un mondo a parte rispetto a The Division, ma soprattutto è di vitale importanza scegliere il giusto armamento al momento opportuno. Scegliere le giusti armi è davvero fondamentale, così come scegliere il proprio ruolo nel gioco, soprattutto quando si decide di dare il massimo con quattro giocatori. In tal caso la componente strategica si potenzia a dismisura, regalando una esperienza appagante e soprattutto emozionante.

Ma cosa rimane del caos sbarazzino visto nei trailer? Praticamente nulla. Ogni azione intrapresa sul campo possiede una diretta conseguenza. Sparare in campo aperto non è mai la scelta giusta così come iniziare a lanciare granate a casaccio come ha fatto spesso il nostro @Zenon di redazione durante la fase di prova. Il silenzio deve regnare sovrano: fare casino vuol dire attirare orde di nemici pronti a uccidere ad ogni costo e sappiatelo: morire è davvero molto facile in Colombia.

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Wildlands è è da giocare esclusivamente in cooperativa, pena una esperienza castrata e frustrante

UNA GIUNGLA DA SFAMARE

Una volta compreso che il gameplay era tutt’altro che quello caotico e pieno di steroidi presentato nel corso dell’E3 2016, mi sono imbattuto in quella che è la vera protagonista di Ghost Recon: Wildlands: la Colombia. Lo stato Sud-Americano è rappresentato con dovizia di particolari, ma soprattutto è enorme. Stiamo parlando di un’area di gioco davvero sconfinata, alla pari di Just Cause o Test Drive Unlimited. Diversamente da questi due, la Colombia di Ubisoft è ben caratterizzata e non si percepisce quel senso di “fotocopia” tipico di Just Cause o di produzioni con mappe esageratemente grandi. Quello che sorprende è il level design a livello locale. Un po’ come accade in giochi come The Witcher 3 o il recentissimo Watch_Dogs 2 (che io ho amato), sembra che ogni centimetro di gioco sia stato pensato per regalare al giocatore la miglior esperienza possibile.

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Il level design di Wildlands sorprende: è come se ogni centimetro sia stato pensato e reso unico per una qualità percepita davvero alta

Quello che ne esce è una sensazione di qualità percepita molto alta che va ad impreziosire ancor di più la sensazione di esser davanti a un titolo grandioso e pieno di cose da scoprire. Se non altro la Colombia è piena di cose da fare. Generalmente l’obiettivo della squadra americana è quello di smantellare il cartello della droga colombiano. Per farlo dovrà far fuori i luogotenenti delle varie regioni colombiane per poi arrivare all’organizzazione centrale per debellarla definitivamente. Per farlo bisognerà affrontare un numero grandissimo di quest principali e una quantità smodata di missioni secondarie le quali, a un certo punto, diverranno così tante che non resterà altro che rimboccarsi le maniche e sperare di finirle tutte entro il 2018. Non solo: la Colombia è densa di collezionabili e di materiali utili ai ribelli locali i quali si dimostrano una risorsa strategica per la lotta al Cartello della Droga. Insomma: in Wildlands è impossibile rimanere fermi e ci sarà sempre qualcosa da fare, sempre qualcosa da scoprire, sempre qualcosa da stanare. Il tutto per una varietà ben assortita e una longevità incredibile.

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La Colombia di Ubisoft è gigantesca e molto suggestiva

 

UN LUNGO VIAGGIO

Secondo il tizio a capo del progetto, un omone di nome Eric Couzian, Ghost Recon: Wildlands ha richiesto oltre quattro anni di duro lavoro e sinceramente si vede. Sono sempre felice quando una produzione riesce a distruggere ogni mio pregiudizio capovolgendo le mie aspettative e sono davvero felice della buon riuscita del progetto. Tuttavia sono i dettagli a fare la differenza e questi quattro anni di lavoro hanno dato i loro frutti. Innanzitutto la trama, seppur non scontatissima con diversi alti e alcuni bassi, rimane sempre coerente e fedele alla filosofia del gioco. E’ però bello osservare che ogni missione è caratterizzata da tonnellate di informazioni, decine di dialoghi contestualizzati da ascoltare con missioni secondarie ben delineate una sempre diversa dall’altra. Non siamo davanti alla direzione narrativa di The Witcher 3 (ove alcune secondarie erano meglio di altrettante quest primarie), ma osservare quest secondarie ben caratterizzate e ben distribuite è sempre un bel piacere.

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Ogni missioe è corredata da tantissime informazioni utili alla scelta dell’equipaggiamento e della pianificazione strategica

In secondo luogo vi è la crescita del protagonista tipica di Ubisoft. Lo stile è quello  Watch Dogs 2, soltanto che in questo caso i punti esperienza sono più ardui da conquistare e si deve per forza di cose creare il proprio ramo abilità con parsimonia e intelligenza. Le armi, così come il proprio personaggio, possono essere personalizzate e adattate al proprio stile di gioco. Tuttavia, data la natura del titolo, si tende sempre più a prediligere armi silenziate piuttosto che a veri e propri cannoni da campo (o almeno così è stato per me. E’ bello notare  che in Wildlands coesistono più giochi Ubisoft in un’ unica produzione: vi è il sistema di guida di Watch Dogs, la gestione degli ostaggi di Splinter Cell, la ricerca di informazioni di Assassin’s Creed e la precisione degli scontri a fuoco di Rainbow Six. Wildlands in tal senso è davvero un bel manifesto in pieno stile Ubisoft che va a celebrare la potenza creativa dello studio parigino.

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FAMMI VEDERE I GRAFFI

Tecnicamente parlando Wildlands è un prodotto tipico dell’ottava generazione. Parlando delle texture, ci si ritrova davanti alla tipica maniacalità di Ubisoft, con materiali ben riconoscibili e tessuti con trame visibili ad occhio nudo. La Colombia è graficamente ben ricreata nei suoi dettagli e restituisce quel feeling plasticoso che la fa sembrare una sorta di diorama. A far piangere l’occhio dall’emozione ci pensa l’orizzonte visivo infinito, che porta l’occhio a concentrarsi su una mole di dettagli così ampia da rischiare istantaneamente la follia. I modelli poligonali di umanoidi e oggetti annessi sono ben ricreati, ma non gridano al miracolo, mentre il sistema di illuminazione fa il suo dovere. Su Ps4 però si può notare una certa pesantezza di gioco, che tra le altre cose già si avvertiva con Watch Dogs 2.  E’ stato strano osservare come la mia Ps4 facesse far andare le ventole al minimo come se stesse lavorando poco, eppure pad alla mano percepivo un input lag tipico delle produzioni che vanno un po’ oltre la potenza dell’hardware. Che l’orizzonte visivo sia un po’ troppo esagerato? Forse. Tuttavia l’esperienza risulta comunque fluida e stabile, senza cali esagerati di frame di sorta. Per quanto riguarda la versione Pc, ci si ritrova davanti a un prodotto che riesce girare senza molti problemi, sebbene il distacco grafico dalla versione Ps4 o Xbox One (per altro identiche), è minimo e quasi impercettibile.

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L’orizzonte visivo di Wildlands è incredibile

 

IN THE CONCLUSION

Wildlands mi ha stupito. Ero partito con un forte pregiudizio negativo e invece ho trovato un gioco che riesce a incastrarsi perfettamente con lo stile della serie. Estremamente tattico e dalla spiccata difficoltà, Ghost Recon: Wildlands porge il suo potenziale in COOP con quattro giocatori ove gli scontri a fuoco diventano intensi e dannatamente divertenti. Contrariamente a come si potrebbe pensare, l’ottimo level design costringe i giocatori a ponderare ogni mossa punendo l’attacco indiscriminato alla “Call of Duty” con morte certa. Se prendiamo inoltre in considerazione una mappa enorme, una storyline coerente e un tessuto di Sub-Quest enorme, quello che si ha davanti risulta essere il miglior concentrato di giochi Ubisoft della sua epoca moderna.

Il tratto negativo? Se giocato in solitaria Wildlands perde moltissimo del suo divertimento, il quale praticamente si azzera diventando una esperienza anche frustrante. Per quanto riguarda la stabilità del Netcode invece, da sottolineare la presenza di una gestione del NAT approssimativa che non permette a giocatori con NAT Moderato (per esempio gli utenti Fastweb), di usufruire di una esperienza ottimale. Una scelta che a molti potrebbe perfino decretare l’abbandono del titolo.

 

Marco Masotina

Marco Masotina

Tosto come un Krogan, gli piace essere graffiante e provocante per scoprire cosa il lettore pensa dei suoi strani pensieri da filosofo videoludico. Adora i lupi, gli eventi atmosferici estremi, il romanticismo e Napoleone.