Twin Peaks 3: qualche nota semiseria sul subconscio devastato di David Lynch

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Se avete visto i primi due episodi potete procedere alla lettura sennò fermatevi al cartello SPOILER, amici miei. Ecco, l’avete appena superato. Ora sono fatti vostri se continuate.

Il cinema di David Lynch è un insieme di surrealismo e post-modernismo, ultimamente (come a inizio carriera) sembra attratto dall’astratto e con Twin Peaks 3 tenta, dopo l’esagerata antinarratività di INLAND EMPIRE, di coniugare il cinema d’autore con quello di genere. Ci riesce benissimo.L’impressione che se ne ricava, infatti, è che nei prossimi episodi capiremo i punti insoluti, misteriosi e incomprensibili di quello che abbiamo visto. Il che ci rende dei poveri illusi, perchè Lynch non ha intenzione di svelarci nulla, probabilmente.

Ho già sentito decine di persone lamentarsi della diversità tra la terza e le prime due stagioni. Grazie a Dio è così. Queste persone dimenticano due punti fondamentali. Il primo è che il 90% del vecchio Twin Peaks non era altro una Soap rutilante e sfilacciata. Certo, condita da un 10% di genialità pura made in Lynch e da un’atmosfera badalamentiana irrecuperabile. Il secondo punto serve per ricordarci che la televisione è cambiata, il cinema è cambiato e pure i film di Lynch sono cambiati. Basta guardarli, infatti, per rendersi conto che le prime due stagioni di Twin Peaks prendevano (rubavano) idee da Velluto blu, che Mulholland Drive rubava idee da Twin Peaks e che Twin Peaks stagione 3 ruba idee da… Mulholland Drive, chiaramente. E per idee non si intendono solo concettuali, ma soprattutto formali.

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Lynch ha affermato che questo revival è un 18 ore di film (per la prossima opera tenterà di superare le 24 ore di Le Mans) scaturito direttamente dal suo subconscio. Si vede bene: molti elementi visivi si apparentano alla sua carriera di pittore, la narrazione della serie mantiene tempi inesplorati e meravigliosamente allungati, come i territori dell’inconscio. Il regista dovrebbe comunque incamminarsi da uno psicologo. Alberi con una sacca di pelle che pronuncia fiù fiù fiù, una scatola di vetro in cui appare un essere (?) che squarta la nuova leva di attori alla seconda scena, numeri misteriosi e piani talmente complessi da risultare incomprensibili anche agli attori. Esseri di cenere di cui non sappiamo nulla che appaiono e scompaiono da una cella della polizia. Personaggi di cui non sappiamo nulla che compiono doppi giochi di cui non sappiamo nulla. E forse non sono quel personaggio che credavamo essere ma di cui comunque non sappiamo nulla. Tranquilli. Il terzo episodio sarà molto peggio. Giuro.

Una precisazione è dovuta. Questa terza stagione (o revival, come preferite) sembra un esperimento straordinariamente affascinante e totalmente riuscito. La capacità di mescolare trame e influenze di ogni sorta regala l’effetto di una doccia fredda, qualcosa di ancora intentato in televisione e, forse, in grado di mostrare nuove strade per il futuro. Mostrare nuove strade: esattamente quello che faceva il buon vecchio Twin Peaks.