Seppuku: il rituale giapponese del suicidio

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Il suicidio marziale giapponese e la particolarità del “seppuku”

seppuku La pratica marziale del suicidio non è così rara ed infatti la troviamo in molte culture. Seppur non sia “nulla di nuovo”, l’atto del seppuku è davvero peculiare. Questa pratica è conosciuta in occidente anche col nome di “hara-kiri” (letteralmente taglio dello stomaco), ma il termine seppuku è ritenuto di uso più elegante.

Storicamente e culturalmente i giapponesi ritenevano che lo spirito umano risiedesse nello stomaco e per questo motivo si pensava che trafiggersi e tagliarsi questa parte del corpo fosse il modo più coraggioso e onorevole di morire. La tecnica prevedeva per il guerriero di infilzarsi con una spada corta sul lato sinistro dell’addome per poi spostare la lama e tagliare fino al lato destro. Infine, si concludeva il rito trascinando la lama verso l’alto.
Nonostante tutto, essa rimaneva una pratica a privilegio dei soli samurai uomini: i samurai donna potevano tagliarsi la gola (jigai) con una spada corta, così come le persone comuni potevano procurarsi la morte tramite altri metodi. Trattandosi di una morte molto lenta e dolorosa, oltre ad essere favorita per chi seguiva la via del Bushido (codice guerrieri), con questo gesto, un samurai poteva dimostrare forza, coraggio, autocontrollo e preservare l’onore proprio e familiare. In più, egli sarebbe stato venerato dopo la sua morte. Samurai che accettavano la resa e rifiutavano il suicidio diventavano spesso reietti della società.

C’erano due forme di seppuku: volontario e obbligatorio. Il seppuku volontario si sviluppò e diventò come nel dodicesimo secolo come tecnica di suicidio dei guerrieri per evitare il disonore della sconfitta in battaglia. Occasionalmente un samurai poteva dimostrare la lealtà verso il proprio padrone sconfitto seguendolo nella morte e praticando seppuku.seppuku
Il seppuku volontario è stato praticato anche nella storia del Giappone moderno. Uno degli eventi più famosi riguarda la storia giapponese della seconda guerra mondiale, dove il governo stesso invitava militari e civili al suicidio piuttosto che essere catturati dal nemico. Un altro evento eclatante accadde nel 1970, quando lo scrittore Mishima Yukio si suicidò come metodo di protesta contro quella che lui credeva una perdita dei valori tradizionali del paese. Il caso più recente è quello del judoka Isao Inokuma nel 2001.

Quando invece parliamo di seppuku obbligatorio, ci riferiamo alla “punizione capitale” per un samurai per risparmiargli il disonore di una comune esecuzione. Tale tipo di suicidio fu praticato dal quindicesimo secolo fino al 1873 quando venne abolito. Il rituale veniva eseguito alla presenza di un testimone inviate dalle autorità per verificare la morte. Il prigioniero era generalmente seduto su due tatami e alle sue spalle si ergeva solitamente un parente o un amico con la spada sguainata. Una volta che il prigioniero si trafiggeva con la spada corda, la persona alle sue spalle calava la propria arma sulla sua testa.
La storia più famosa che riguarda il seppuku obbligatorio è legata alla vicenda dei 47 ronin (diciottesimo secolo) dove i samurai rimasti senza il loro daimyo (padrone) lo vendicarono assassinando il responsabile, il daimyo Kira Yoshinaka. Lo shogun ordinò a tutti quanti di commettere seppuku.

Valeria Fantini

Classe ’89 con un passato da gamer incallita, ex-cosplayer, si laurea in Lingue, Culture e Istituzioni Giuridiche dell’Asia Orientale, curriculum Giappone. Dopo una esperienza di vita di alcuni mesi in terra nipponica, rientra in Italia e apre la sua scuola di lingue. A partire dal 2015 lavora e collabora con enti fieristici e associazioni come interprete o come organizzatrice di aree tematiche sul Giappone.