Alberto Sordi sorride allegramente salutando da un motoscafo a Venezia.

Quindici anni senza Alberto Sordi, un attore senza tempo che ci ha lasciato grandi interpretazioni Il 24 febbraio del 2003 si spegneva ad ottantadue anni Alberto Sordi, esponente della romanità nel mondo. Il ricordo delle sue grandi interpretazioni.

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Alberto Sordi sorride ancora nei suoi grandi film

L’Albertone nazionale si è spento per un tumore ai polmoni nell’ormai lontano 2003. Mai sposato, una sola storia accertata con Andreina Pagnani, cattolico praticante, lavoratore infaticabile, Alberto Sordi ha consacrato la romanità nel mondo, proponendo a ritmi incessanti film anche di qualità inferiore, ma sempre apprezzati in Italia e all’estero, per valore drammatico, temi trattati e spaccati della società.

L’esempio tipico con cui si citano le doti di Sordi, come interprete e divulgatore dell’italianità nelle epoche che hanno susseguito il dopoguerra, è Fernando Meliconi, detto Nando, il giovane divoratore di maccaroni provocatori, per sempre impresso nel nostro immaginario come l’emblema del cinema italiano Anni ’50.

In questo articolo, prenderemo in considerazione dieci grandi interpretazioni di Alberto Sordi, per omaggiarne il virtuosismo e fornirne delle piccole analisi. Premettiamo che i titoli su cui è ricaduta la scelta sono alcuni tra i più famosi, altri invece sono stati preferiti a film meglio conosciuti, in virtù della performance drammatica fornita da Sordi. Infatti, nulla togliere a Fellini, mancherà I Vitelloni, al posto del quale citeremo Io so che tu sai che io so.

Lo Sceicco Bianco, Federico Fellini (1952)

Il film di Fellini non è l’esordio registico e attoriale dei due artisti, ma va comunque annoverato tra i grandi film che fecero da albori al genere felliniano e alla Commedia all’Italiana. Contornato da una sorta di neorealismo rosa, dove il tema narrato non vede attori di strada, ma circostanze patinate tipiche delle fantasie femminili di quell’epoca, Lo Sceicco Bianco si impose come caposaldo della narrativa del regista, dando alla luce una caratteristica di Sordi tipica dei suoi personaggi in bianco e nero: il frignone sornione.

Questa vena, sordiana per eccellenza, che emancipa i suoi antieroi come affabulatori dotati delle migliori doti seduttive e artistiche, quando in realtà sono dei veri e propri miserabili, viene magnificamente esasperata da una regia figlia delle prime produzioni artistiche di Fellini, non legate al cinema ma al fumetto.

Fernando Rivoli, celebrità figlia di un piccolo attimo di voga, interpreta questo discutibile sceicco dei fotoromanzi, nello stile che sarà il marchio di fabbrica di Sordi, reso al massimo da una regia che porterà alla ribalta, nell’immediato futuro, macchiette, circostanze rocambolesche, influenze circense e sopratutto popolari. Un contesto in cui il talento comico di Alberto Sordi trova ampio spazio, come dimostrerà nei decenni a venire.

Il Diavolo, Gian Luigi Polidoro (1963)

Non tra i più famosi film di Alberto Sordi, merita la citazione per i riconoscimenti, altissimi, ricevuti in ambito internazionale. Il film vinse l’Orso d’Oro a Berlino nel 1964 e lo stesso anno la pellicola valse a Sordi il Golden Globe.

Di concezione semplice, la commedia prende forma nel tipico modo magico con cui i migliori progetti vedono la luce.

Sordi, all’epoca impegnatissimo e inarrestabile, va da De Laurentiis con l’idea di girare un film in Svezia, per sfatare il mito delle donne facili con cui si riteneva fosse possibile andare a letto in Scandinavia. Il protagonista del film, invece, non solo si reca a Stoccolma, dove gliene succedono di tutti i colori, ma non conclude praticamente nulla col gentil sesso.

De Laurentiis, per nulla scandalizzabile, accetta e dice che l’avrebbe fatta scrivere, ma Albertone gli disse di lasciar perdere, di accontentarsi di un soggetto di qualche pagina e di lasciar partire lui, Polidoro e l’operatore di camera per Stoccolma, dove avrebbe arrangiato tutto con dei tecnici del posto.

Il risultato è brillante, estremamente sordiano ed estremamente popolare. Da vedere.

Il Medico della Mutua, Luigi Zampa (1968)

Per far capire l’impatto di pubblico causato dal Dottor Guido Tersilli, basta sapere che esattamente cinquant’anni fa il film incassò più di tre miliardi di lire.

Alberto Sordi curò anche la stesura della sceneggiatura, adattamento del romanzo omonimo scritto da Giuseppe D’Agata, regalando, forse, il suo film che più di tutti risulta uno specchio della società italiana. Uscito all’estero col titolo Be sick… it’s free!, il progetto fa leva sul più grande sconvolgimento sociale mai avvenuto in Italia dopo il referendum del 1946: l’entrata in vigore della legge sulla mutua.

Una legge i cui vantaggi per la popolazione vengono interamente finanziati dallo Stato, in cui ci si sguazza allegramente dando libero sfogo ai più reconditi desideri dell’ipocondria e che per i medici diventa fonte di frustrazione, dovendo ricorrere, inevitabilmente, a raccomandazioni e raggiri per poter diventare un pezzo grosso del settore sanitario.

La mutua, almeno per i medici il cui posto viene sfilato da Tersilli, ha reso la categoria bisognosa di una quantità immane di mutuati per poter guadagnare uno stipendio degno di un medico e non al minimo necessario.

Sta di fatto, che dopo un’ora e mezza di scalata sociale, cannibalismo professionale e prostituzione fisica ed intellettuale, Alberto Sordi sposa sì una ricca giovane donna che gli conferisce la sicurezza del benessere a vita natural durante, ma si sovraccarica di più di tremila mutuai, al ritmo pochi minuti a visita, finendo per terra e ricoverato per eccesso di lavoro.

L’interpretazione di Sordi conferisce al film un tocco di comicità e malignità da David di Donatello, dando vita ad un personaggio che vedremo anche nel sequel, alle prese non più con la caccia al mutuato, ma col loro sfruttamento spietato.

Un Americano a Roma, Steno (1954)

Parlare di questo film equivale a parlare del caso specifico di eredità sordiana.

L’italiano nel mondo, all’epoca, era il Sarti Bailor che si ingavonava in puro stile Vitelloni un piatto di spaghetti, di ritorno dal cinema durante le ore piccole, dopo aver snobbato il piatto di “maccheroni” improvvisando una fetta di pane ricoperta di americanismo sotto forma di latte (da dare ar gatto), yogurt (da dare ar sorcio) e mostarda (con cui c’ammazzamo ‘e cimmici).

Sordi dà alla luce un personaggio visto per la prima volta l’anno prima in Un Giorno in Pretura, che se vogliamo potrebbe essere il protagonista di uno spin-off di Vacanze Romane. Se Peck ed Hepburn se la spassavano per Roma a godersi la dolce vita e il calore dei romani, Nando è il personaggio che potrebbe benissimo averli visti passare in Vespa e iniziato a desiderare l’America.

Il ragazzo, un buono a nulla cresciuto con la superstizione degli USA, a suon di dischi, fotoromanzi e film western, arriva addirittura a farsi mandare in campo di concentramento dai Nazisti pur di cantare il suo inglese maccaronico, che gli porta nulla di più che diecimila lire in tasca per fare da modello ad un ritratto, nonostante Nando si fosse illuso che la giovane americana, appunto in vacanza a Roma, non lo avesse ingaggiato ma fosse stata conquistata dal suo fascino e prossima alle nozze.

Un Borghese Piccolo Piccolo, Mario Monicelli (1977)

Forse la parte drammatica più iconica di Sordi. Il film è di facile visione ma di difficile digestione, mette in mostra con un gusto sempre a cavallo tra la satira e la tragedia le dinamiche sociali che intercorrono nella gerarchia del lavoro e della giungla urbana.

Un impiegato ministeriale prossimo alle pensione ha come unico scopo sistemare il figlio neo-diplomato ragioniere. Entrambi non brillano, anzi, sono piuttosto modesti, piccoli piccoli appunto. Nessuno vuol saperne di prendere a lavorare il giovane, sempre sostenuto e incoraggiato dal padre, a suon di mantra piccolo borghesi, tra cui spicca quello che meglio degli altri evoca il pensiero popolare di questa classe sociale.

Pensa a te, Mario, pensa solo a te! Ricordati che in questo mondo basta fare sì con gli occhi e no con la testa, che c’è sempre uno pronto che ti pugnala nella schiena. D’altronde io e tua madre siamo soddisfatti: abbiamo un figlio ragioniere, che vogliamo di più? Per noi gli altri non esistono. Tu ormai sei sistemato, noi siamo vecchi: non c’abbiamo altre ambizioni. Tutto quello che vogliamo è morire in pace, con la coscienza a posto.

– Giovanni Vivaldi, interpretato da Sordi

Tanto che alla fine, nonostante Giovanni faccia letteralmente di tutto tranne uccidere, rubare o prostituirsi, per far assumere il figlio, a circa metà film, senza preavviso, con un montaggio e una regia magistrali che ci immergono nell’acqua fredda, esattamente come al personaggio di Sordi, usciti da un ufficio pubblico i due finiscono in mezzo ad una sparatoria, cosa tipica di quegli anni, e il figlio ci resta secco per sbaglio. Sordi è ad un livello di virtuosismo talmente alto da far sembrare la scena un documentario, non una messa in scena. Anziano, incredulo, scioccato, riesce solo a chinarsi sul corpo del figlio e ripetere come un disco rotto “è mio figlio, è mio figlio”.

Da qui il racconto diventa una storia di vendetta, di solitudine, di miseria psicologica, violento e crudo tanto quanto il pesce fatto a pezzi all’inizio del film. Bisogna vederlo, se si ama Albertone, ma anche solo per avere sotto agli occhi un prodotto di immenso valore cinematografico.

Il Vigile, Luigi Zampa (1960)

Un film più didattico che comico. Sordi interpreta un vigile urbano, assunto in un comune della periferia romana, grazie ad un sotterfugi generato dal salvataggio, da parte del figlio, di quello di un assessore comunale.

Entrato in servizio, senza però eccellere nella mansione, gli capita di dover soccorrere Sylvia Koscina, in un cammeo nella parte di sé stessa. Con un’ostentata galanteria il vigile Otello Celletti la lascia andare, nonostante riscontri una mancanza di documenti. La notizia fa un giro mediatico e giunge in comune, dove il sindaco Vittorio De Sica mette in riga Celletti, che da quel momento non guarderà più in faccia niente e nessuno.

La prima vittima di questo eccesso di zelo è proprio il sindaco, fermato dal vigile per eccesso di velocità, ma la cosa rischia di far scoprire al mondo la relazione clandestina del primo cittadino, che senza pensarci due volte, licenzia Celletti. Si finisce in tribunale, ma l’ex vigile dovrà rinunciare a muovere le accuse per proteggere dei dettagli troppo colorati sulla propria famiglia, che potrebbero essere rivelati se lui persevera nel suo intento.

Viene quindi rimesso in servizio, ma deve stare molto attento a ricordarsi sempre chi poter multare e chi no.

Amore mio Aiutami, Alberto Sordi (1969)

Il film di per sé non è una pietra miliare del cinema italiano, ma ha una ridondanza iconica per una scena in particolare, riportata qui sotto, che tira fuori un lato di Sordi piuttosto celato, quello della passione che acceca la ragione, ed è una prova registica di alto livello.

La sequenza delle percosse dura poco, sembra il preludio delle gesta di Gennarino Carunchio, vediamo un marito giunto al capolinea della comprensione per una moglie capricciosa, interpretata da Monica Vitti nella sua veste tipica di donna quasi effimera. Pugni martellano la donna che non smette un attimo di ostentare il proprio egoismo, ad oltranza, senza rendersi conto di cosa sta facendo, in virtù di un amore extraconiugale sopravvalutato.

Eppure il loro matrimonio è per gran parte del film un esempio di equilibrio, armonia, la chimera delle famiglie italiane, ma la donna, succube di sua madre, non riesce a sottrarsi dal provare qualcosa che lei ritiene amore per un altro uomo. Spera quindi nella comprensione del marito, che da sempre si spaccia per uno dalle larghe vedute e ora costretto a tenere fede a questi principi, mentre fa di tutto per impedire alla moglie di stringere un rapporto con l’amante, che nonostante l’interessamento della donna, non ha la minima intenzione di ricambiarla.

I due quindi si trovano costretti, un po’ dal destino, un po’ a causa del proprio carattere, a doversi scontrare a suon di percosse, per finire inevitabilmente rotti e separati.

Il Marchese del Grillo, Mario Monicelli (1981)

Se consideriamo Un Borghese Piccolo Piccolo la miglior prova drammatica di Sordi, la parte di Onofrio del Grillo è la sua miglior commedia. Non è un caso che i due antipodi siano entrambi diretti da Monicelli, che meglio di altri registi ha saputo tirar fuori tutto quello che Albertone avesse da offrire al grande schermo.

La storia non serve ripeterla troppo, la conosciamo tutti, per chi non la conoscesse il consiglio è di recuperare questo film per primo, perché si ride in tutti i modi dalla prima all’ultima scena. Si ride per una romanità che resta volgare, in senso popolare, sia che si tratti di un salotto aristocratico o della bottega del carbonaio, ma sopratutto si ride per una spontaneità nella recitazione che fa innamorare.

Onofrio ne combina di tutti i colori, usa i suoi averi per finanziare scherzi terrificanti contro amici e sconosciuti, sfrutta il suo status sociale per uscire dalle situazioni peggiori, come una lotta coi coltelli, scende in abiti borghesi in mezzo alla popolazione romana e sopratutto va a letto con le donne migliori di Roma.

Nonostante la sua anima profondamente romana, non è un aristocratico vincolato all’idea del papato come unica forma di governo, ma è un uomo che ama la vita, ed è anche a causa di questo che la sua apertura mentale rischia di fargli passare dei guai politici, dopo aver sostenuto apertamente la campagna napoleonica.

In questo film in particolare la risata di Sordi echeggia per tutto il film, ipnotizza e ci ricorda quanto sia stato unico. Da questo film è stato tratto l’epitaffio sulla lapide dell’attore, che cita una battuta iconica: “Sor Marchese è l’ora…“.

Finché c’è Guerra c’è Speranza, Alberto Sordi (1974)

L’altra grande prova registica di Alberto Sordi, che non si risparmia dal prendere parte e fare un film gigantesco di denuncia sociale.

Un ex commerciante di pompe idrauliche mantiene una numerosa famiglia in una condizione di agiatezza al di sopra della media, viziando tutti. Il loro status si mantiene così, a lungo e nell’opulenza, ma parallela a questa realtà c’è la fonte di tanta agiatezza. Il protagonista Pietro Chiocca infatti è diventato un grande trafficante di armi negli stati del Terzo Mondo, dove finanzia le guerre locali e fa montagne di soldi, senza però non iniziare a sentire sulla coscienza il peso di tanta violenza.

Il gioco tiene la candela, Pietro scala la piramide del successo nel settore in cui opera e concede alla famiglia agi sempre maggiori, finché un giornalista, una volta suo alleato, lo sconfessa sul Corriere della Sera.

Pietro però non si discosta dal suo ferreo qualunquismo, che bene incarna, mantenendo un perfetto distacco ideologico da qualsiasi tipo di inclinazione politica o umanitaria, e di fronte alla famiglia, che ora lo inquisisce, cita un monologo che non solo fa riflettere, ma fa inevitabilmente essere d’accordo, perché per l’Occidente, la speranza non risiede nel persistere della vita, ma della guerra.

[…] Perché vedete, le guerre non le fanno solo i fabbricanti d’armi e i commessi viaggiatori che le vendono, anche le persone come voi le famiglie come la vostra, che vogliono, vogliono e non si accontentano mai: le ville, le macchine, le moto, le feste, il cavallo, gli anellini, i braccialetti, le pellicce e tutti i cazzi che ve se fregano, costano molto! E per procurarseli, qualcuno bisogna depredare, ecco perché si fanno le guerre! […]

– Pietro Chiocca, interpretato da Sordi

Io so che Tu sai che Io so, Alberto Sordi (1982)

Chiudiamo l’articolo con un film che rimette di nuovo in luce le doti drammatiche di Alberto Sordi, accompagnato ancora da Monica Vitti, in un racconto che meglio di tanti altri può far capire i danni che la noncuranza può creare tra i membri di una famiglia.

Sordi interpreta un marito che si dedica esclusivamente al lavoro e alla Serie A, non si cura nel dettaglio di cosa succeda alla figlia adolescente e tanto meno ha premura di sua moglie. Nell’appartamento al di sopra del loro vivono i coniugi Letta, influenti economisti e il personaggio di Sordi, Fabio Bonetti, si accorge assieme alla moglie Livia che qualcuno sorveglia dalla strada i piani alti del caseggiato.

I sorvegliati dovrebbero essere appunto i Letta, ma a causa di un malinteso, gli investigatori privati che controllano l’edificio hanno prodotto chili su chili di materiale audiovisivo in cui ad essere spiate non è la signora Letta, ma Livia e la figlia. Fabio scopre il fatto, si fa consegnare le bobine, senza dirlo alla moglie, e recandosi regolarmente nella casa di campagna inizia a guardare i filmati.

Quello che scopre va oltre le sue più fervide fantasie. Livia ha una vita quotidiana apparentemente pimpante, ha avuto una relazione clandestina e sa che Fabio ne ha una a sua volta e sopratutto scopre che la figlia adolescente è alle prese con una tossicodipendenza. Sordi piange, urla contro le diapositive, chiede perdono alle immagini che gli scorrono davanti agli occhi, ma scopre una Livia che fa di tutto per proteggerlo da una presunta diagnosi di patologia mortale, e rivede sé stesso fuggire dalle meraviglie della vita, quella familiare, sentendosi angosciosamente indietro e con l’acqua alla gola, perché sa di dover recuperare il tempo perso sottratto a moglie e figlia in virtù delle partite di calcio.

Alberto Sordi torna a casa e ricomincia, giorno dopo giorno, con delle piccole cose minime, a riprendersi sua moglie e sua figlia. Livia viene informata da Fabio che sa tutto e insieme vanno avanti, con un piatto di spaghetti e un programma su cosa fare dopo cena.

Dieci titoli non bastano per quantificare Alberto Sordi, lo sappiamo, sia perché di film ne ha fatti quasi duecento, sia perché non si tratta solo di un attore, ma di una trasposizione su grande schermo di quello che è stata, ed è, l’Italia degli ultimi ottant’anni.

Albè, se vai a quel Paese, il primo cittadino è amico mio, tu digli che ti ci ho mandato io.

Francesco Paolo Lepore

Francesco Paolo Lepore

Redattore presso PJN e CinemaTown, laureato in Nuove Tecnologie dell'Arte, studente di Social Media Marketing. Il cinema è una costante della sua vita. Ha scritto e diretto diversi progetti per le università e il territorio. Amante dei mass media, ne studia minuziosamente i meccanismi utili alla comunicazione emozionale. Scrive da sempre, osserva da sempre, ricorda tutto da sempre.