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Once upon a time in Hollywood: la recensione del film in concorso a Cannes 2019 Tarantino dipinge una Los Angeles quasi documentaristica, in un film che sembra mettere la firma al suo testamento artistico.

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Once upon a time in Hollywood è un testamento artistico. È un dettaglio quasi lampante, in una quantità esorbitante di citazioni del suo cinema, quello che amiamo da sempre, che ha fatto di quasi tutti noi dei cultori della settima arte, quello di Quentin Tarantino. Il film con Margot Robbie, Leonardo DiCaprio e Brad Pitt è un dipinto esatto – quasi impressionante, inaspettato – della Los Angeles di fine anni ’60, la città del cinema per eccellenza. Di città del cinema Tarantino ne – quasi – mostra un’altra, Roma, a completamento perfetto della sua viscerale passione per la citazione dell’industria filmica nostrana. Veri o no, gli aneddoti cosparsi in Once upon a time in Hollywood – che nel cuore del film diventano un’ucronia inaspettata ma piena di tarantinismo, quello violento che fa saltare in piedi la sala come allo stadio – ripercorrono esattamente tutte le cifre del regista, sia quelle palesate in trent’anni di cinema, che quelle dichiarate durante le interviste.

Ne esce fuori una rappresentazione del cinema e della società hollywoodiana che stupisce per la travolgente vividezza, tanta è la meticolosità con cui ogni dettaglio – davvero, ogni dettaglio – viene riesumato dal vintage e rimesso al suo posto, corollando quella a tutti gli effetti è la miglior miscela di scenografia, fotografia e colonna sonora mai visti nel cinema di TarantinoOnce upon a time in Hollywood è talmente completo delle sue cifre da esserne saturo, al punto da sembrare un prodotto al di fuori della filmografia del regista, che in questo film incede nuovamente nei peccati veniali commessi con The hateful eight, incespicando in una durata ulteriormente dilatata dai ritmi narrativi lenti, ma colmi della sua insaziabile fame di cinema, tanto che la corsa alla citazione e al rimando sembra non finire mai, sebben non corra mai il rischio di essere una brutta copia, quando – come al solito – è una cosa soltanto: Quentin Tarantino.

La sceneggiatura di Once upon a time in Hollywood è un enorme punto di domanda

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È quasi un ossimoro, ma nel caso di Once upon a time in Hollywood, dire Tarantino e dire sceneggiatura significa dire “no comment”. Ciò che ha resto il regista quello che è oggi, ossia la sua capacità di narrare, è esattamente quel che rende oggi impossibile giudicare la qualità di quanto scritto su carta prima di battere il primo ciak. Una sceneggiatura di questo tipo, piena di storiografia e rimandi alla cultura filmica dell’epoca, rischia di meritarsi il minimo dei voti, oppure il massimo. L’inesistenza della via di mezzo è causata da una compensazione magistrale che offusca il giudizio, ma rende giustizia al film, ossia la regia. Mai prima d’ora Tarantino si è sforzato così disumanamente per raffinare al massimo il suo gusto estetico d’impatto, guidando lo spettatore in una messa in scena che rispetta aderentemente gli stilemi tarantiniani, ma che li eleva a qualcosa di definitivamente pulito, sottile e – forse – più sofisticato.

Guardandolo, Once upon a time in Hollywood non manca mai di coinvolgerci come un fan del regista spera di essere intrattenuto, sebbene il meglio sia relegato alla parte finale del film, ma salta comunque agli occhi una lampante mancanza di quella scintilla che solitamente accende il fuoco in crescente combustione quali sono i prodotti tarantiniani. Questo, forse, perché giunto a questo punto della carriera, per Quentin potrebbe essere arrivato il momento di tirare la violenza in barca, e parlare di qualcos’altro, come il racconto di un momento della storia di Hollywood durante il quale il cinema ha dovuto fare inevitabilmente i conti con la crescita dei prodotti televisivi, che stavano reinventando le carriere di molti attori la cui fortuna è stata una scommessa giocata nel momento esatto in cui le fiction stavano prendendo quasi il sopravvento – vi ricorda qualcosa?

Once upon a time in Hollywood è Los Angeles, la sua musica, e un mastodontico Brad Pitt

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Non è chiaro se Pitt si sia ispirato a Clint Eastwood, al Jack Nicholson pre Oscar o se abbia confezionato una performance naturale, sta di fatto che questo membro del cast è quello che più di tutti ha mantenuto una connessione tra Tarantino e le aspettative – appunto tarantiniane – del pubblico, e come i recenti film hanno dimostrato, vedersela con un DiCaprio in perfetta forma è cosa assai ardua. Leo è semplicemente superaltivo, impeccabile, tanto da non aver bisogno di commenti, che tra il cast, vanno obbligatoriamente indirizzati a Pitt. Il ruolo è quello di co-protagonista, ma nei momenti in cui Once upon a time in Hollywood ha bisogno di riprendere il ritmo o inserire una marcia che faccia letteralmente crogiolare gli spettatori, è lui a sparare le parole e i pugni migliori. In una sola interpretazione ha fatto il poker perfetto, con la simpatia di King Schultz, la fisicità di Butch Coolidge e la freddezza di Beatrix Kiddo.

A completare l’opera estetica magistrale qual è Once upon a time in Hollywood, per la prima volta a farla da padroni in un film di Tarantino non sono i dialoghi o la violenza, ma la rappresentazione visiva degli eventi. Los Angeles è perfetta; viene dipinta con una fotografia così vivida da correre sul filo della cattura realistica dell’illuminazione californiana e il film di fantascienza, amalgamata ad una scenografia iper dettagliata, con particolari esaltati in ogni passaggio di sceneggiatura – anzi, a volte anche troppo, quasi come un riempitivo – e una colonna sonora che la fa da vera padrona di Once upon a time in Hollywood. Improbabile che Tarantino sbagli la cernita dei brani, e com’è sua buona abitudine, anche qui ne sceglie di coinvolgenti, azzardando perfino qualcosa di più, inserendo dei pezzi rock intramontabili che addirittura esaltano lo spettatore. Un film che è un riassunto di una carriera, un funnel stilistico che lascia davvero a intendere che con questo decimo film, Quentin abbia implicitamente detto basta.

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Francesco Paolo Lepore

Francesco Paolo Lepore

Redattore presso PJN e CinemaTown, laureato in Nuove Tecnologie dell'Arte, studente di Social Media Marketing. Il cinema è una costante della sua vita. Ha scritto e diretto diversi progetti per le università e il territorio. Amante dei mass media, ne studia minuziosamente i meccanismi utili alla comunicazione emozionale. Scrive da sempre, osserva da sempre, ricorda tutto da sempre.

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