The Irishman – La Recensione Presentato al New York Film Festival e pochi giorni fa alla Festa del Cinema di Roma esce per tre giorni nelle nostre sale l’ultimo attesissimo lavoro di Martin Scorsese.

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“I heard you paint houses” è quello che si dice in giro di Frank Sheeran (Robert De Niro), detto The Irishman. Ma quello che gli riesce meglio è uccidere per conto della mafia americana, sotto l’ala protettiva del boss Russell Bufalino (Joe Pesci). Invece, il regista premio Oscar per il film The Departed, Martin Scorsese non ha bisogno di nascondersi dietro chissà quale figura mistica. Lui è il re di questo mondo criminale e corrotto, raccontato più volte durante la sua sconfinata cinematografia. Come il suo protagonista Frank, nato per uccidere in nome di una fedeltà perpetua, Martin con questa opera summa ha legittimato la sua carriera rafforzando quello per cui è nato: fare cinema. Verrebbe da pensare, che al suo battesimo, il prete gli ha bagnato la testa dicendogli: “Non avrai altro media all’infuori di me.”
The Irishman è un film mastodontico, in tutti i sensi, sia per la sua durata di 3h40, sia dal punto di vista cinematografico. Un’opera quasi perfetta. Unico neo è proprio la lunghezza della pellicola, che potrebbe scoraggiare parte del pubblico, visti anche gli argomenti trattati: un insieme di politica, sindacalismo e malavita. Lo spettatore potrà vedere il film in sala dal 4 al 6 Novembre e successivamente su Netflix dal 27 Novembre. Non si può non accostare la pellicola ad un mostro sacro come C’era una volta in America di Sergio Leone, eterna ispirazione per Martin Scorsese.

The Irishman racconta le gesta di Frank Sheeran, personaggio realmente esistito ed invischiato in affari mafiosi. Il boss Russell Bufalino lo ingaggia, in quanto, dopo aver combattuto durante la Seconda Guerra Mondiale in Italia, è abile negli scontri a fuoco e soprattutto ha imparato l’arte del defilarsi senza lasciare indizi. Un killer esecutore di prim’ordine. Amico di molti personaggi influenti del secolo appena trascorso, la sua vita è costellata di omicidi e di infedeltà verso la propria copiosa famiglia, tanto che i figli lo rinnegano in ogni occasione. Ma a lui poco importa, non ha difficoltà anche a farsi amico il celeberrimo sindacalista Jimmy Hoffa (Al Pacino). E proprio sulla scomparsa nel 1975, ancora irrisolta, di quest’ultimo si concentra il focus del film. Opera che racconta con minuziosità una parte malavitosa della storia americana, quella del dopoguerra, intrecciata con una politica infetta ed immorale. Non c’è mai pietà nei piani della mafia made in Usa e quella italiana, e Frank né è un’invisibile galoppino pronto a tutto per essere fedele al suo credo criminale. Ma il tempo passa inesorabile per tutti, ed ora, seduto sulla sua sedia a rotelle in un ospizio per vecchi, il Sig. Sheeran cerca redenzione raccontando al pubblico la sua storia. Una sorta di catarsi necessaria, che però non lava via nessuna delle macchie indelebili delle quali si è fatto carico.

Molte sono state le difficoltà che ha incontrato sulla propria strada Martin Scorsese durante la lavorazione di The Irishman. La pellicola è l’arrangiamento del best seller “L’irlandese. Ho ucciso Jimmy Hoffa (I Heard You Paint Houses)” scritto da Charles Brandt. Il progetto, ad altissimo budget, è stato rifiutato da tutte le Major di Hollywood. E qui, si è aperta proprio in questi giorni un’aspra polemica tra il regista newyorkese e la Marvel, rea di offrire solo spiccio divertimento, trascinando anche le altre case di produzione hollywoodiane verso un trend che lascia agli autori poco spazio d’azione. Poi è arrivata Netflix, che ha dato carta bianca al regista, il quale ha voluto fortemente per il suo film gli amici di sempre: Robert De Niro, Joe Pesci, Harvey Keitel ed Al Pacino (con interpretazioni da Oscar). La decisione di ringiovanire ed invecchiare i protagonisti, in modo da coprire un arco di tempo di una vita intera, ha fatto slittare l’uscita del film di 6 mesi e ha visto schizzare il costo della produzione oltre i 140 milioni di dollari. La CGI, forse ancora un po’ posticcia, in un futuro offrirà l’opportunità di rivoluzionare il mondo del cinema. Chissà se un giorno vedremo recitare nello stesso lungometraggio Humphrey Bogart e Charlize Theron? Surreale, ma affascinante.

 

Addentrandoci nella mera disamina tecnica possiamo affermare, in primis, che il lavoro fatto sulla sceneggiatura da Steven Zaillian (Schindler’s List) è notevole, visto anche quanto di minuzioso richiesto dallo stesso Scorsese. Certamente la drammaturgia di The Irishman è complessa; ci sono innumerevoli nomi e legami da tenersi a mente e a lungo andare l’attenzione vacilla. Non per la scarsità di scrittura, ma solo per un problema di argomentazioni chiaramente pesanti. Superata questa prima parte articolata nella seconda prende il sopravvento il fattore umano. Aumenta la tensione con una palpitante attesa, per poi chiudere con una fase riflessiva sul senso della vita e della religione (filosofie molte care al regista). Si opta per una non linearità temporale di narrazione, raccontando per lo più in flashback, fino al congiungimento col presente. I dialoghi sono efficaci e profondi e alcune scene sono proprio rinvigorite da questi: memorabili come nel momento in cui Jimmy Hoffa discute con Tony Pro “Provenzano” (Stephen Graham) di vestiario e pantaloni corti.

Scorsese ha dichiarato in conferenza stampa che The Irishman è un film melanconico e sul passare del tempo, che disperde inesorabilmente le tracce del nostro passaggio. Una sorta di cinismo senza appello. E’ chiaramente un diverso punto di vista rispetto ai suoi film precedenti: la persona (umanità) è al centro dell’attenzione. Il suo sguardo va sempre prepotentemente verso il protagonista della scena, con una grande velocità che scuote lo spettatore e lo trascina nel film. Non ci fa mancare nulla della sua bravura e sensibilità registica, i suoi antieroi sono caratterizzati dalla testa a piedi. Check-up effettuato da una macchina da presa che entra all’interno delle famiglie, concentrandosi sui gli usi, costumi, atteggiamenti e modi di vivere il quotidiano. Studia gli equilibri e i vizi, e si sofferma squisitamente su quest’ultimi regalandoci momenti di intimità (gustare del pane con il succo d’uva). Ma non indugia sempre e solo sull’interiorità, riesce ad ottenere in una sola inquadratura una visione d’insieme senza eguali. Come quando la polizia scorta Jimmy Hoffa: vediamo il potere del più forte, l’avvocato che gli fa da galoppino, le forze dell’ordine corrotte e i giornalisti in cerca di risposte o false verità. Insomma qui ci sta iconograficamente tutto il film.

The Irishman si aggira senza dubbio dalle parti del capolavoro. E’ il derivativo per eccellenza dello stesso Scorsese. Un film che commuove ed allo stesso tempo mette i mostra la morte senza filtri: spietata e brutale. Ogni particolare merita un encomio: musiche (Robbie Robertson), scenografia (Bob Shaw), costumi (Christopher Peterson e Sandy Powell). Sarà pioggia di nomination ai prossimi Oscar, per questa “mitica” opera del grande maestro Martin Scorsese.