The Vigil – Non ti Lascerà Andare: impressioni sull’indie-horror Keith Thomas esordisce alla regia con l’etichetta cinematografica Blumhouse

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Yakov Ronen (Dave Davis) è l’ex-membro di una comunità ebraica. Nonostante la scelta di distaccarsi dal gruppo ortodosso, il rapporto con i componenti risulta decisamente rilassato. Proprio uno di essi, Rob Shulem, propone a Ronen, squattrinato e in cerca di lavoro, di vegliare su un uomo ebreo appena morto secondo quanto previsto dalla shemira, pratica sacra nella cultura ebraica per evitare la contaminazione spirituale del defunto da parte dei demoni. Dopo diversi ripensamenti, Ronen accetta il compenso per fare lo shomer, giunge nella casa del defunto e viene accolto dall’anziana vedova Mrs. Litvak, malata di Alzheimer. Inizia dunque la veglia di 5 ore, ed è qui che iniziano i problemi.

No, nessun ritmo incalzante. Per l’intera prima parte del film, calma piatta. Questo a parte qualche jump scare e svariati cliché degli horror low-cost, tipo: lampadine che esplodono, rumori tetri che provengono dal soffitto, found footage, soggettive del protagonista sul telo che ricopre il cadavere. Insomma, lo spettatore è divorato da un’ansia immotivata e snervante: qualcosa sta per succedere…e invece non succede proprio un bel niente. Tenerissima l’improvvisa apparizione di Mrs. Litvak, nascosta nel buio con la teiera in bella vista, pronta a prendere un tè con il terrorizzato protagonista.

La seconda parte risulta leggermente più movimentata: lo spettatore scopre le motivazioni dietro quanto (non) accaduto nella prima parte: il passato ha un ruolo determinante nel presente di Ronen e la casa è infestata da un demone (mazzik). Notevole l’impegno nel rendere omaggio al corpus culturale ebraico: Thomas inserisce elementi yiddish di diverso spessore e anzi sottolinea la condizione di disagio vissuta da molti ragazzi che decidono, come Ronen, di distaccarsi dalla sinagoga e cercare un posto nel mondo.

A livello di ambizioni e introspezione, il film ha buoni presupposti, ma purtroppo la trama e la messa in scena lasciano leggermente il tempo che trovano. La pellicola non risulta particolarmente entusiasmante, ma riesce a permettere l’immedesimazione dello spettatore in Ronen e a provare empatia verso il suo dolore.