Da Light Yagami a Thanos: come la cultura pop ci ha insegnato a tifare per chi sbaglia

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Ho recuperato Death Note tardi rispetto alla mia generazione. Erano i tempi dei torrent e di uno streaming ancora grezzo, MTV lo mandava in rotazione ma iniziare all’episodio quindici mi sembrava troppo in là. Ho aspettato, e il tempo mi ha dato ragione.

Quando l’ho visto dall’inizio ho capito subito perché aveva fatto quello che aveva fatto al suo pubblico.

Light Yagami è costruito come una trappola narrativa di precisione.
Parte da una premessa difficile da smontare: il mondo è pieno di criminali che la giustizia non riesce a toccare, e lui ha in mano uno strumento per cambiarlo. Lo guardi eliminare assassini, stupratori, trafficanti e da qualche parte, in silenzio, annuisci.
Non perché sei d’accordo con quello che fa.
Perché la parte di te che vorrebbe che la giustizia funzionasse davvero capisce il ragionamento, anche se non vuole ammetterlo.

Il problema è che Light non si è mai fermato lì.

Fin dai primi episodi ci sono le crepe, se le cerchi: il suo mondo senza criminalità non è mai stato davvero un ideale, era il riflesso della sua superbia, il progetto di qualcuno che vuole ascendere a divinità di un nuovo ordine, non liberare l’umanità.

Lo usa come giustificazione. E noi lo seguiamo comunque, perché la narrazione è costruita in modo che tu stia dentro la sua testa, veda il mondo con i suoi occhi, ragioni con la sua logica.

Who watches the watchmen? dicevano già i latini in antichità.

C’è però una scena precisa in cui qualcosa si è rotto per me. Non la rivalsa su L, quella è la scena che tutti citano.
Qualcosa che accade dopo, e che richiede uno spoiler inevitabile per un’opera che ha ormai i suoi anni.

Soichiro Yagami, ispettore di polizia, padre di Light, membro della squadra anti-Kira, muore durante un’operazione. Avrebbe potuto scambiare gli occhi con Ryuk, lo Shinigami, e sopravvivere. Non lo fa.
Muore senza scrivere nessun nome sul Death Note, senza condannarsi all’oblio eterno che aspetta chiunque usi il quaderno.
Muore pulito, intero, da uomo che ha scelto cosa essere fino all’ultimo momento.

E Light?

Light è dispiaciuto perché suo padre è morto senza portarsi dietro anche Mello, uno dei successori di L che ora rimane libero. Il lutto dura il tempo di un calcolo strategico.

Quel momento lì. Quello.

Non mi sono chiesto perché Light fosse diventato un mostro, quella risposta era già scritta da un pezzo.
Mi sono chiesto perché ci avessi messo così tanto ad accorgermene.
E cosa diceva di me il fatto che per quasi metà della serie gli avevo dato ragione.


Light Yagami non è un’anomalia. È il risultato di un cambiamento narrativo che la cultura pop ha operato negli ultimi quarant’anni, gradualmente, impercettibilmente, così piano che quasi nessuno se n’è accorto sul momento.

Il protagonista classico era bello, intelligente, moralmente immacolato.
Il tipo di personaggio di cui conosci già la risposta prima ancora di chiederti la domanda. E la domanda era sempre la stessa: chi vincerà?

Quella domanda è cambiata.

Non da un giorno all’altro, le storie ce l’hanno fatta cambiare nella testa a poco a poco, titolo dopo titolo, stagione dopo stagione. Finché la domanda non è diventata un’altra, enormemente più scomoda: chi ha ragione?

Non ha una risposta scritta nel copione. Non ce l’ha mai ed è per questo che è pericolosa.

Prendiamo Thanos.
In superficie: un personaggio completamente diverso da Light. Cosmico, monumentale, alieno nella sua scala.
Ma se scavi nel meccanismo che lo muove, trovi qualcosa di familiare: una premessa difficile da smontare: l’universo è sovrappopolato, le risorse sono finite, qualcuno deve fare la scelta che nessun altro ha il coraggio di fare.
Una logica interna fredda e metodica, portata all’estremo con strumenti che la storia costruisce come coerenti con chi è.

Lontano anni luce dal classico io cattivo, io conquisto mondo.

Entrambi si convincono e per un pezzo convincono anche noi, che quello che stanno facendo è doloroso ma necessario. La differenza è nella posizione narrativa, non nel personaggio.

Thanos ti viene mostrato dall’esterno, attraverso gli occhi di chi lo deve fermare.
Sai dall’inizio da che parte stare.

Light invece ti viene messo in mano come protagonista: sei nella sua testa dal primo episodio, ragioni con la sua logica, vedi il mondo con i suoi occhi.
La storia non ti dice da che parte stare, ti lascia lì dentro, a decidere da solo.

Quella scelta narrativa: dare al villain la posizione del protagonista è tutto.
È la differenza tra guardare qualcuno fare una cosa sbagliata e renderti conto, a un certo punto, che stavi facendo il tifo per lui.


Thanos non lo hai mai tifato davvero. Lo capivi, forse. Guardavi la Terra di Endgame svuotata a metà e da qualche parte, in silenzio, capivi la logica, anche se non avresti mai detto che aveva ragione.
La distanza narrativa ti proteggeva. Eri fuori dalla sua testa e non dentro.

Con Light non avevi quella protezione.

E così hai sostenuto, per un arco narrativo e e mezzo, un piccolo genocida castano che va al liceo.

Cosa dice di te questa cosa? Meno di quanto temi, e più di quanto vorresti ammettere.

Tifare per Light nelle fasi iniziali di Death Note non è prova di cattiveria morale.
È la prova che Tsugumi Ōba e Takeshi Obata hanno costruito qualcosa di straordinariamente preciso, una narrazione che sfrutta qualcosa di reale presente in quasi tutti: il desiderio che la giustizia funzioni davvero. Che i colpevoli paghino. Che qualcuno faccia quello che le istituzioni non riescono o non vogliono fare.

Kira non è attraente perché è malvagio.
È affascinante perché all’inizio sembra l’unico che ha il coraggio di fare quello che tutti pensano in silenzio.

Questo meccanismo non è nato con Death Note e non finirà con lui.
Walter White inizia difendendo la sua famiglia e finisce costruendo un impero per puro orgoglio e noi restiamo accanto a lui molto più a lungo di quanto dovremmo, perché la narrazione ci ha messi dentro la sua testa nel momento in cui sembrava ancora dalla parte giusta.
Magneto ha visto con i propri occhi cosa succede quando una società decide che certi esseri umani non meritano di esistere e la sua risposta è sbagliata, ma la radice di quella risposta non lo è.
Sephiroth, Kefka, Raoh, villain di manga/JRPG che non incarnano il male puro ma una visione del mondo nata da un dolore reale e portata all’estremo sbagliato.

La struttura è sempre la stessa: una premessa comprensibile, una logica interna coerente, e poi il momento in cui quella logica attraversa una soglia che non si può attraversare e tu sei già troppo dentro per uscire senza sentirti in colpa.

Il villain empatico non è una moda narrativa degli ultimi anni.

È il segnale di qualcosa di più preciso: un pubblico che ha smesso di voler essere consolato con il male supremo, con il cattivo che è cattivo perché sì, e ha cominciato a cercare qualcosa di più scomodo.
Qualcosa che assomigli alla complessità reale delle cose, dove le premesse condivisibili possono portare a conclusioni mostruose, e dove la distanza tra chi siamo e chi sono loro è meno rassicurante di quanto vorremmo.


Dopo la sconfitta di Light, dopo la dissoluzione di Thanos, cosa rimane?

Rimane la storia che ci hanno raccontato. E rimane quello che ci hanno mostrato di noi mentre la seguivamo.

Un villain empatico non disturba perché è profondamente malvagio. Disturba perché per un momento, o più di un momento, ti ha mostrato una versione di te stesso che avresti preferito non vedere.
La parte che vorrebbe una giustizia veloce, definitiva, infallibile.
La parte che capisce Kira anche quando non dovrebbe.
La parte che, di fronte alla morte di Soichiro Yagami, ha notato prima di tutto che Light era rimasto freddo e solo dopo si è chiesta perché impiegasse così tanto ad accorgersene.

Quella rivelazione è scomoda. Ma è anche preziosa.

Perché una storia che ti fa guardare dentro qualcosa che preferiresti ignorare, che ti mette in mano la logica di qualcuno che fa cose sbagliate e ti lascia lì a ragionarci sopra, ha fatto il suo lavoro nel modo più profondo possibile. Non ti ha consolato. Ti ha disturbato nella direzione giusta.

Le storie che restano sono sempre quelle che ti lasciano una domanda aperta quando finiscono.

E allora: tu quando hai smesso di tifare Light Yagami? Cosa ti sei detto in quel momento, quando hai sentito che le cose erano andate troppo oltre? O forse non lo hai mai tifato, nemmeno inconsciamente, e guardi con una certa distanza chi invece ci è caduto dentro.

In entrambi i casi, quella distanza dice qualcosa. Su di lui. Su di noi. Su cosa cerchiamo nelle storie che scegliamo di seguire fino in fondo.

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Manuel Piubello

Autore, sceneggiatore, Full Stack Marketer