La fine del mondo era dentro
C’è una scena nell’anime di Neon Genesis Evangelion che non compare nei video dei momenti più iconici della serie. Non è il Third Impact. Non è Rei che si dissolve. Non è nessuna dei combattimenti che hanno fatto la storia dell’animazione giapponese.
È Shinji, nel buio del cockpit dell’Unità 01, solo, che non riesce a muoversi.
Il mondo fuori non è ancora finito. Gli angeli non hanno vinto.
La catastrofe è ancora evitabile, tecnicamente.
Ma Shinji non si muove, perché l’apocalisse non è fuori da quell’abitacolo.
È dentro di lui.
È finita prima, molto prima, in qualche punto preciso della sua storia che la serie ti ha fatto seguire episodio per episodio senza che te ne accorgessi del tutto.
Hideaki Anno non stava raccontando la fine del mondo ma stava raccontando cosa succede quando una persona smette di voler esistere e aveva scelto l’apocalisse come scenario perché era l’unica metafora abbastanza grande per qualcosa di altrimenti indicibile.
Questa è la cosa che l’animazione post-apocalittica giapponese ha fatto meglio di qualsiasi altro genere, per trent’anni, senza quasi mai dichiararlo: non ha raccontato la fine.
Ha raccontato cosa vale la pena cominciare, dopo.
E se l’apocalisse di EVA e degli altri anime della cultura pop non fosse mai stata la storia sulla fine di ogni cosa?
E se la domanda fosse sempre stata su cosa vale la pena cominciare?
Gli anni ’80 e ’90: la paura che aveva un indirizzo
La fine del mondo, agli inizi, raccontata dalle più grandi storie dell’animazione aveva quasi sempre una causa identificabile, un colpevole.
Si parla del nucleare, della bomba atomica e della guerra tra superpotenze mondiali.
Era il periodo della Guerra Fredda tra USA e URSS quindi il contesto geopolitico giocava a favore.
Nel paese del Sol Levante questa paura era ancora più tangibile e concreta perché lì la bomba era davvero caduta, per ben due volte e l’incubo di una catastrofe era radicato, ecco che sono i media a raccontarlo nel modo più iconico, dopo quasi 40 anni da quel momento.
Ho identificato tre anime sequenziali per descrivere come la paura muovesse i fili della narrazione post-apocalittica.
Hokuto No Ken è un mondo immaginario di un futuro non lontano, nella trama iniziale di manga e anime si scriveva 19XX per descrivere un anno alla fine del 20° Secolo.
Ma quel futuro era la paura concreta dei giovani e degli adulti giapponesi degli anni ’80 che avevano visto i loro padri e i loro nonni coinvolti in quella situazione così ai limiti della fantasia eppure così concreta: deserti di sabbia, città in rovina e bambini che sopravvivevano tra i ruderi abbandonati a sé stessi.
Non era fantascienza ma l’incubo con radici storiche ben precise.
Nausicaä della Valle del Vento sposta l’asse in modo meno ovvio ma più radicale.
Non c’è una bomba, c’è la Foresta Tossica, un ecosistema che l’umanità chiama veleno e che invece è qualcosa che non sa ancora leggere.
Il momento chiave non è uno scontro ma una rivelazione: Nausicaä che scopre che la foresta non è nemica, che sta purificando il suolo avvelenato dall’uomo, che il vero pericolo non è fuori ma nella cecità di chi guarda.
L’apocalisse di Miyazaki non ha un responsabile da punire.
Ha un’incomprensione da correggere.
È la prima volta, nel genere, che salvare significa capire invece che combattere.
Infine c’è Akira che è una pietra miliare nel campo dell’animazione giapponese che ha scavalcato più volte montagne e oceani arrivando fino ad Hollywood.
Akira è la storia di una Tokyo distrutta da un potere sconosciuto, una nuova guerra mondiale alle spalle e un potere che sfugge di mano ai più potenti.
Akira è la storia che racconta una cosa semplice ai lettori: non c’è più un’apocalisse dominata dalla paura nucleare e tossica, c’è qualcosa di più complesso di cui avere paura e timore.
Potere, la gioventù che sta crescendo nelle strade del paese e un cambiamento della nazione che sta avvenendo troppo velocemente.
Una tecnologia che non possiamo riconoscere perché, domani è già qualcosa di vecchio.
Negli anni ’80 e ’90 la domanda era cosa salvare in un mondo ormai finito per colpa di qualcuno o qualcosa?
E la risposta se guardate i miei esempi o qualsiasi altro esempio di quegli anni è la stessa: la forza, la comprensione, il corpo e l’integrità dell’essere umano.
E infatti Ken salvava a suon di pugni, Nausicaä salvava con la comprensione, Tetsuo e tutti i protagonisti avevano il corpo come suprema risorsa da salvaguardare.
Gli anni 2000: il nemico invisibile
Il nuovo millennio dopo una parentesi sulla minaccia del nuovo secolo (Millennium Bug e altre cose più o meno campate in aria) cambia il senso di quanto visto fino a quel momento.
E già solo il nemico che causa la fine del mondo te lo fa capire: non c’è una bomba che cade da un aereo ma un virus (informatico o biologico) che si diffonde e quindi non c’è un reale colpevole da identificare piuttosto un sistema vulnerabile che viene colpito e collassa.
Tralasciando il lavoro di George Romero sugli zombie, il vero panico d’apocalisse zombie l’abbiamo avuto non con un anime ma con 28 Giorni dopo: un’apocalisse dove non ci sono i classici morti viventi da cinema horror precedente ma minacce reali: più veloci, più agguerriti, più subdoli.
E il contesto: citta svuotate, una Londra deserta e una civiltà collassata nel giro di meno di un mese per colpa di un contagio fuori controllo.
Qui non ci sono responsabili chiari, perlomeno ad un certo punto della storia e questo è per noi una cosa ancora più terrificante di quella minaccia nucleare avuta fino quel momento.
Basta poco perché l’apocalisse pop prenda spunto dal mondo reale: l’11 Settembre, la SARS.
Un’intera generazione nata e cresciuta con la paura del nucleare si ritrova improvvisamente con una vulnerabilità sistemica concreta: il nemico invisibile.
E l’apocalisse nel manga/anime e nel cinema registra immediatamente il dato.
In Giappone abbiamo uno dei casi più evidenti nel 2004 con Paranoia Agent di Satoshi Kon: un’apocalisse come psicosi collettiva, il crollo non del mondo intero ma della società.
Una storia dove la fine del mondo è la soluzione a cui tutti segretamente desideravano arrivasse.
La domanda di questo decennio diventa cosa salvi quando il nemico non ha un volto?
Dalla sopravvivenza del corpo e dell’umanità ora andiamo a salvo una vita.
Non salvo la città, non salvo il mondo intero, salvo questa persona specifica accanto a me.
Perché è il legame che deve sopravvivere, non il mondo.

Gli anni 2010/oggi: i muri e la solitudine
Dopo il 2010 l’apocalisse per le produzioni non è più globale o perlomeno non sempre ma ha una caratteristica che la distingue da ogni altra raccontata prima.
È un’apocalisse selettiva.
C’è un momento specifico nell’anime di Attack on Titan in cui capisci che questa storia non parla di giganti.
È quando realizzi che le mura non sono state costruite per proteggere tutta l’umanità ma solo per “proteggere” chi è dentro.
E che per decenni nessuno dentro le mura ha chiesto davvero perché, chi ha deciso chi meritava la protezione, perché e cosa c’è fuori oltre i giganti e territori inesplorati.
Non è una storia di mostri colossali ma di persone che scelgono di non sapere, perché sapere costerebbe troppo, perché il muro è comodo finché regge, perché la domanda su chi rimane fuori è una domanda scomoda a cui nessun sistema vuole rispondere.
Isayama non lo dichiara mai esplicitamente.
Ma è tutto lì: i rifugiati, i muri politici, la scelta sistematica di non vedere.
Lo schema dell’apocalisse selettiva, quella che protegge alcuni e abbandona altri è la forma che la fine del mondo ha preso nell’immaginario degli anni 2010.
The Last Of Us, un’alternativa videoludica rispetto alle storie anime raccontate finora utilizza un’apocalisse globale degli anni 2000 con una minaccia silenziosa e letale per portare l’evoluzione in quel genere, una maturità che mancava nei racconti apocalittici degli anni prima.
Joel non salva il mondo dal fungo parassita, sceglie di non farlo perché preferisce salvare Ellie, la relazione padre-figlia con lei.
Sceglie di sacrificare il futuro dell’umanità per tenere in vita una ragazza senza legami di sangue che nel viaggio è diventata l’unica cosa che gli dà ragione di esistere.
È l’evoluzione dei decenni di apocalissi raccontate prima con un tocco di moderno perché per Joel il mondo era finito già poco prima dell’apocalisse, con la morte di sua figlia.
E il continuare a vivere per lui era più sofferente e doloroso che vedere il mondo morire lentamente.
E quindi oggi se ti trovi di fronte uno scenario apocalittico, cosa salvi quando sai che non potrai salvare tutto?
La risposta degli anni 2010 in poi è inequivocabile: una persona, un legame, un ricordo.
La forza ha lasciato il passo così come la sopravvivenza del corpo, la relazione umana è l’unica cosa che vale.

Il genere più ottimista che esista
E quindi dopo un percorso durato più di 30 anni cosa rimane se non dire che il genere post-apocalittico tra anime, film e videogiochi è forse il genere pop più ottimista che esista.
Ogni storia vissuta in un ambiente devastato o prossimo alla distruzione è un esperimento mentale su cosa vale la pena salvare e per il quale continuare a vivere.
E annata dopo annata è chiaro come non puoi salvare tutto, le cose che si salvano sono sempre più “piccole” a livello di contesto ma molto più profonde a livello umano: si passa dall’umanità intera alla singola persona passando poi per una relazione, non è nichilismo.
È la prova di come la generazione che è cresciuta in queste storie ha cambiato idea su cosa conta davvero.
Ed Evangelion con il quale abbiamo aperto questo pezzo?
Shinji nell’abitacolo dello 01 che si tiene le mani nei capelli, fa fronte a quel dolore della perdita, dell’abbandono e della completa distruzione della sua psiche ragionando, condividendo esperienze e traumi, ricordi felici ed incubi fino a che si apre tutto il mondo attorno a lui e la gente che lo ha incontrato e conosciuto lo applaude dicendogli “congratulazioni”.
Non perché il mondo si è salvato. Ma perché Shinji e tutti i protagonisti di quelle storie con lui, hanno capito che c’è ancora qualcosa da scegliere, anche quando tutto sembra finito.
L’optimismo non è nella salvezza.
Non c’è quasi mai una vera salvezza, in questi racconti. Kenshiro non ricostruisce il mondo, attraversa le rovine. Joel non salva l’umanità, salva Ellie. Shinji non impedisce il Third Impact, sopravvive a se stesso.
L’ottimismo è nella scelta.
Nel fatto che in ogni decennio, in ogni opera, in ogni scenario di fine del mondo, qualcuno si è fermato e ha deciso che c’era ancora qualcosa per cui valeva la pena alzarsi.
E quella cosa, che dagli anni ’80 a oggi è diventata sempre più piccola nel perimetro e sempre più profonda nel significato è la risposta che la cultura pop ha dato, senza mai dichiararlo, alla domanda più difficile che esista.
La fine del mondo non è mai stata una conclusione, ma l’inizio della storia.