Per questa visione al Trieste Science+Fiction Festival facciamo tappa in Italia (per una coproduzione italo-argentina ) con El Nido, opera prima di Mattia Temponi in concorso per il premio Méliès.
Sara e Ivan. Una ragazza di diciotto anni proveniente da una famiglia dell’alta borghesia e un volontario di mezza età. Insieme, chiusi in un rifugio durante la quarantena. Fuori, l’epidemia di un virus che trasforma le persone in bestie feroci e irrazionali. Apparentemente, nel luogo più sicuro della terra, presto dovranno affrontare un pericolo ancora peggiore: la ragazza è infetta e si sta lentamente trasformando. Cosa fare? Ucciderla? E come sopravvivere senza possibilità di fuga?
Per uno strano scherzo del destino, l’opera di Temponi, nata in un momento in cui il Covid e la quarantena erano solo incubi da Horror, si è ritrovata a essere una pellicola attuale, quasi uno specchio della nostra quotidianità durante i giorni del lockdown più duro.

Con una epidemia che dilaga i due si trovano a vivere rinchiusi dentro a un rifugio, due sconosciuti uniti dalla malattia. Esattamente come abbiamo visto accadere nella realtà, per Sara la malattia sembrava distante, una serie di nozioni da imparare a scuola, ma quando si ritroverà infetta e a dipendere da Ivan, il Supereroe, capirà quanto le cose siano diverse quando il male ci tocca direttamente. Il Nido diventerà la loro casa- l’unica possibile – e i due inizieranno a scandire le loro giornate con una routine fatta da piccoli passi per aprirsi, per guarire e conoscersi.
Temponi dimostra buona abilità nella narrazione, per tutta la visione abbiamo avuto costantemente addosso la sensazione che ci fosse qualcosa di sbagliato, che ci fosse qualcosa di brutto alla base di quel rapporto padre\ figlia sintetico al quale stavamo assistendo, una voce che ci diceva di stare attenti e che piano piano ha iniziato a prendere forma, fino a diventare reale e cambiare le carte in tavola davanti ai nostri occhi.

2 attori e una sola location, il setup perfetto per una produzione idie, ma soprattutto per una pellicola che vuole sfruttare al massimo l’effetto claustrofobico, mostrandoci come la quarantena forzata possa portare a galla lati disturbanti del nostro animo umano come il desiderio di controllo.
El Nido, nonostante abbia qualche difettuccio di sceneggiatura da limare, è una buonissima opera prima, resa ancora più inquietante dalle costanti similitudini con la situazione vissuta qualche mese fa sulla nostra stessa pelle (anche se privi di zombie carnivori e aggressivi). Mattia Temponi ha sicuramente stoffa e lo ha dimostrato dando vita a una buonissima pellicola a cavallo tra orrore e fantascienza, la speranza è di rivederlo all’opera prossimamente in una produzione a budget più elevato.