Innuendo include I'm Going Slightly Mad, di cui questa immagine è un frame

Ventisette anni di Innuendo: tra poesia e sofferenza, l’ultimo capolavoro dei Queen Dodici tracce, quattro musicisti, un testamento. Innuendo compie 27 anni, e ci ricorda ancora quale sia il valore della musica di qualità superiore.

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Il compleanno di Innuendo è una festività da onorare nel calendario della storia musicale

La carriera dei Queen è stata l’avvenimento musicale più importante della storia di questa arte, per quel che riguarda il periodo di tempo in cui la musica è passata dagli strumenti orchestrali a quelli del Pop.

Vent’anni di carriera, diciassette album di inediti, quasi duecento canzoni originali, i migliori concerti che una rock band abbia mai fatto, la voce di Freddie, e sopratutto un’enciclopedia musicale che spazia letteralmente in tutti i generi.

Si era partiti nei lontani Anni ’60, con gli Smile di Tim Staffel, per poi arrivare, soffrendo come degli schiavi, ad A Night at the Opera, dopo il quale ai Queen venne detto di fare praticamente qualsiasi cosa volessero, perché tanto avrebbero venduto.

Il rapporto tra i due prodotti c’è, in maniera evidente e nemmeno troppo celata. Innuendo sembra quasi una chiusura, il lato B di quell’album dato alla luce nel 1975.

Vi sono infatti gli elementi cardine di A Night at the Opera: il rock solido, il multitrack (di cui furono pionieri), la complessità della struttura musicale, che come un movimento sinfonico, o un pezzo Jazz, quando meno te l’aspetti cambia tema, la voglia di esprimersi al massimo e la divergenza di opinioni.

In realtà, già The Miracle venne pubblicato come la celebrazione dell’unanimità, cosa praticamente inesistente nella storia del gruppo. A far cambiare questa tendenza è stato un evento traumatico quanto fondamentale: la malattia di Mercury.

Il cantante stava morendo, ne era consapevole, e non smise un giorno di produrre musica, di essere creativo e positivo. Era consapevole di andarsene per un male tanto grande quanto la ricerca del piacere che lo consumò durante gli Anni ’80, ed era in pace con sé stesso.

“Da quando lo scoprì [di avere l’AIDS], non l’abbiamo mai sentito, nemmeno una volta, lamentarsi della sua condizione, o che la vita fosse ingiusta. Aveva una forza inimmaginabile, e non smise di venire in studio finché ne ha avuto le forze.”

– Brian May

Lo stesso May restò motivato da questa forza del cantante, scrivendogli le parole “I’ll face it with a grin, I’m never giving in, on with the show.”

Il cerchio si chiude ma senza ripetizioni

L’album è un’opera omnia dei Queen perché seppur chiudendo un ciclo, resta fedele alle ultime tendenze sonore sperimentate con The Miracle, ma non ha deluso chi voleva qualcosa di nuovo.

Innuendo ha come traccia Headlong, qui la foto promozionale, coi membri del gruppo messi in uno scaffale.

In questo senso, Innuendo si presentò sul mercato come un prodotto dotato di un’architettura e un’ingegneria del suono, tali da far venire in mente articolazioni sonore che mancavano da Death on Two Legs, Flick of the Wrist, e The March of the Black Queen.

L’album si porta dietro il bagaglio tecnico sperimentale di fine Anni ’80, trattenendo l’imprinting Hard Rock di brani come Was It All Worth It, I Want It All e Gimme the Prize. Ascoltandolo, ci si rende conto a tutti gli effetti di come sia essenzialmente un album finalmente Rock, elemento che lo colloca alla chiusura di un cerchio iniziato, appunto, col Rock dei primi tre album.

È un ritorno alle origini, con le intenzioni maturate in trent’anni di musica.

Uscito alla fine di un periodo in cui la malattia di Mercury aveva messo tutti d’amore e d’accordo, anche Innuendo viene firmato a nome Queen, e non a nome dei singoli autori delle canzoni.

Questo non solo farà guadagnare più soldi a tutti, ma mette da parte il veleno che ha sempre inquinato la band, ma che gli ha concesso di produrre la miglior musica del mondo: la diversità dei componenti.

Le quattro menti erano dei sensi unici, mai totalmente d’accordo. Fortunatamente, è stata anche la loro fortuna, perché mantenere delle intenzioni così nette e distinte ha permesso alla loro produzione di essere sempre variegata.

Nell’ultimo album invece, tutti furono d’accordo nel portare un contributo in sintonia col proprio io musicale, ma da assecondare collettivamente senza imposizioni. Grazie a ciò sono nate la Gospel All God’s People, la Metal The Hitman, la ballata Days of Our Lives e la concettuale Slightly Mad.

È un ritorno al passato con gli strumenti tecnici del presente, ed è in un certo senso un lato B. Come nel caso evidente di Ride the Wild Wind, che meglio racchiude queste intenzioni tecnico/reminiscenti: è un inno Rock al lasciarsi andare selvaggiamente, lontano dalla società, cavalcando un ritmo country spinto al massimo da sintetizzatori e una Red Special graffiante come il vento. Esattamente come in un’altra canzone, sempre di Taylor, uscita sedici anni prima, col titolo I’m in Love with my Car.

I still love You…

Quel che resta di Innuendo, qualità della sua musica a parte, è la sua natura di canto del cigno.

Uscito il 5 febbraio del ’91, l’album è l’ultimo con Mercury all’attivo. Il cantante sarebbe deceduto il 24 novembre dello stesso anno, dopo che la malattia lo costrinse a letto, e lontano dalla sala incisioni. Stava lavorando a Mother Love, canzone scritta da May, dove sentiamo l’ultima prova vocale di Freddie.

Si accasciò su una sedia. Era stremato, e con una dolce gentilezza mi disse “Brian, perdonami, ma non riesco a continuare, vado a casa. Ti prometto che domani la finiremo”, ma non è mai più tornato.

– Brian May

Innuendo, qui un frame di Days of our Lives, primo piano di Freddie Mercury

Sebbene non sia un album con una dominante mercuryana, è chiaro che tutto il gruppo lavorò a quel progetto per stare vicino al cantante, omaggiarlo, accontentarlo e lasciare un testamento artistico collettivo.

Non è chiaro quanto Deacon sia stato coinvolto durante la creazione dell’album, nessuna delle canzoni nacque da una sua proposta, ma riguardo a May e Taylor, scrissero le due canzoni più profetiche e commemorative.

Il chitarrista firmò The Show Must Go On, in cui a parlare è un artista afflitto dalle difficoltà della vita e della sofferenza, ma che non vuole smettere per nessuna ragione a sorridere ed esibirsi. Un chiaro elogio alla forza caratteriale di Mercury, amato e stimato dal gruppo per la sua inestinguibile energia creativa e la sua forza caratteriale. La canzone uscì con Keep Yourself Alive, primo singolo del gruppo, sul lato B, per rafforzare il valore del ciclo che si stava chiudendo.

Il batterista, invece, spinto anche da motivazioni private, scrisse These Are the Days of Our Lives, una ballata malinconica dallo spirito leggero, che cerca di riflettere sul vuoto lasciato dal tempo che passa, su come a volte il suo scorrere ci stranisca, e che a volte sarebbe meglio sedersi e lasciarsi andare alla corrente. La voce di Mercury ci invita a riflettere su questioni terrene ma allo stesso tempo umane, come la sciocchezza del desiderio di riandare per la prima volta sulle montagne russe, quando puoi riviverlo guardando andarci sopra i tuoi figli.

La chiusura del brano è la firma definitiva ad un testamento artistico, iniziato con Was It All Worth It, con cui Mercury saluta il suo pubblico, e forse anche i Queen. Alza lo sguardo, guarda in camera dopo un sorriso di consapevolezza, e ci saluta, facendoci una dichiarazione che sembra quasi una promessa: I still love you.

La canzone esce postuma il 9 dicembre 1991, schizzando al primo posto delle classifiche britanniche, stabilendo un record ancora ineguagliato, avendo come doppio lato A Bohemian Rhapsody, che torna di nuovo in vetta alla hit parade dopo quasi vent’anni.

Innuendo è stato un messaggio lasciato ai posteri, a quella parte di fan che ancora sognavano un ritorno alle origini musicali, un sound ruvido, forte, definito e dalle sfumature velate degno delle migliori sperimentazioni di Queen II, ma anche un lascito con un valore umano di inestimabile valore. Sono le ultime volontà musicali di Mercury portate definitivamente a termine, in cui si può trovare il suo tocco inconfondibile nella rifinitura delle armonie. Cosa non più presente in Made in Heaven.

Più di ogni altra cosa, è un trattato motivazionale, la traccia di apertura, Don’t Try So Hard, Days of Our Lives e The Show Must Go On, parlano di qualcosa mai sentito prima nella discografia dei Queen. Non c’è nulla di spassionato o sentimentale, vi sono impegno sociale, tragedia e malinconia, ma sebbene siano messaggi di una tinta un po’ meno brillante del solito, sono potenti, motivazionali e indimenticabili.

Dio salvi la Regina. Buon ventisettesimo compleanno Innuendo.

“You can be anything you want to be, just turn yourself into anything you think that you could ever be.”

Francesco Paolo Lepore

Francesco Paolo Lepore

Redattore presso PJN e CinemaTown, laureato in Nuove Tecnologie dell'Arte, studente di Social Media Marketing. Il cinema è una costante della sua vita. Ha scritto e diretto diversi progetti per le università e il territorio. Amante dei mass media, ne studia minuziosamente i meccanismi utili alla comunicazione emozionale. Scrive da sempre, osserva da sempre, ricorda tutto da sempre.