Mortal Kombat: la recensione del reboot cinematografico

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Gli anni passano, ma il brand Mortal Kombat rimane un filo conduttore tra le generazioni videoludiche. Quando tutto è iniziato era l’era d’oro delle sale giochi e si trattava del picchiaduro più violento in circolazione, che con il gore delle sue finisher conquistava il cuore dei giovani gamer, ma le cose sono cambiate e quello che sembrava essere un leggero vento di ultra-violenza è diventato un franchise che ha macinato gioco su gioco passando da una periferica all’altra. MK però è stato anche uno dei primi videogame a poter assaggiare la bellezza del mondo cinematografico, venendo trasposto in diverse pellicole di discreto successo, prima del remake appena arrivato anche da noi qui in Italia.

 

Il campione di MMA Cole Young, abituato a scontrarsi con chiunque per soldi, è ignaro della sua eredità, e del motivo per cui l’arcistregone dell’Outworld, Shang Tsung, abbia inviato il suo miglior guerriero Sub-Zero, un Criomante ultraterreno, a dargli la caccia. Temendo per la sicurezza della sua famiglia, Cole va alla ricerca di Sonya Blade, che è sotto la direzione di Jax, Maggiore delle Forze Speciali che porta anche lui sulla pelle lo stesso marchio del drago con cui Cole è nato. Presto si ritrova nel tempio di Lord Raiden, Antico Dio e Protettore di Earthrealm, che garantisce rifugio a coloro che portano il marchio come il suo. Qui, Cole si allena con i guerrieri esperti Liu Kang, Kung Lao e l’implacabile mercenario Kano, per prepararsi a combattere con i più grandi campioni della Terra, contro i nemici dell’Outworld, in una battaglia in cui è in gioco il destino dell’universo. Riuscirà Cole ad essere abbastanza motivato da scatenare il suo arcana – l’immenso potere custodito nella sua anima – in tempo, non solo per salvare la sua famiglia, ma anche per fermare l’Outworld una volta per tutte?

 

Negli anni in diversi hanno provato a mettere mano all’idea di riproporre in formato cinematografico il mondo di Mortal Kombat, ma alla fine a trovare il coraggio di provarci è stato James Wan, che si è però ritagliato solo il ruolo di produttore lasciando la regia all’esordiente Simon McQuoid .

Torniamo quindi a respirare aria di Finish Him, in una maniera nuova e diversa rispetto al primo film diretto da Anderson. Il mondo dagli anni’90 è cambiato, ha imparato la necessità di piegarsi alle regole del fanservice e abbracciato mercati più nerd come quello videoludico, dando la possibilità a chi si occupa di questo tipo di trasposizioni di guardare realmente a ciò che piace e che funziona del materiale di partenza ed è questa forse la più grande differenza rispetto alla prima iterazione cinematografica del torneo.

Il Mortal Kombat del 2021 è esattamente quello che ti aspetti da un film su questo brand – una pellicola Rated R – con la stessa dose di violenza e gore che è di fatto il marchio di fabbrica del gioco quasi quanto il drago che funge da logo. Al centro di tutto ci sono i combattimenti, sono tanti e sono soddisfacenti nella coreografia e nella esecuzione, merito di attori che anche se non tutti espertissimi marzialisti si sono messi d’impegno e si vede.

Altra nota decisamente importante è che non è necessario essere dei super fan per seguire la storia. MK parte esattamente da zero, ricomincia tutto da capo in modo da poter accompagnare i nuovi spettatori nella via verso il mondo di questo magico torneo mortale, approfittando di questo reset per introdurre qualche piccola modifica alle storyline principali e per introdurre quello che è un protagonista tutto nuovo: Cole Young.

Di contro questa voglia di strafare porta a qualche lato negativo anche abbastanza ingombrante, Mortal Kombat soffre di sbalzi di toni troppo repentini, quasi a voler per forza inserire quegli alleggerimenti comici che tanto vanno di moda nei titoli di successo. Il problema è riuscire a trovare i tempi giusti per portare avanti tutte le sotto-trame imbastite, mettere in scena la giusta dose di mazzate e centrare nel mentre i giusti tempi per mettere battute prese dal videogioco senza che sembrino dette in maniera randomica ( vedi il Flawless victory).

Questo è il sintomo di un eccesso di ambizione che si riflette inesorabilmente sulla trama totalmente aperta di questa pellicola. Un film che nonostante il titolo non si è mai nemmeno avvicinato al vero torneo e che rappresenta un bellissimo antipasto nell’attesa del vero combattimento che potrebbe arrivare solo in caso di un sequel.

Mortal Kombat ha moltissimi elementi per essere un ottima trasposizione videoludica del franchise, ma arriva allo spettatore con un pizzico di presunzione di troppo, quella che lo porta a credersi così riuscito da avere un sequel assicurato. Un seguito che McQuoid si merita per quello che ha dimostrato, ma che allo stesso tempo sembra imposto a forza allo scopo di poter chiudere trame e soprattutto poter dare un torneo mortale a questo franchise sui tornei mortali.

Sicuramente le varie novità apportate al background e ai personaggi, compreso “l’effettomidichlorian ” con cui vengono costruiti alcuni passaggi , faranno storcere il naso ai fan di lunga data del videogioco. La saga infatti presenta una narrazione già ricca di elementi che potevano essere presi e utilizzati facilmente, senza dover ricorrere ai grandi cambiamenti fatti nella trama o all’invenzione di un protagonista nuovo, ma questo è un giudizio legato all’amore del fandom e non influenza il risultato finale di questo titolo.

In sostanza questo reboot cinematografico ci ha lasciato con l’amaro in bocca. Il futuro per questa saga potrebbe essere brillante, ma la partenza è stata più deludente di quanto ci aspettassimo finendo per superare di poco la sufficienza .

Marcello Portolan

Uno strano mix genetico sperimentale allevato a fumetti & fantascienza classica, plasmato dal mondo dell'informatica e della tecnologia, ma con la passione per la scrittura. Un ghiottone che adora esplorare il mondo in cerca di Serie TV e pellicole da guardare noncurante dei pericoli del Trash e dello splatter. un vero e proprio globetrotter del mondo NERD