Mindhunter: una storia vera in una sorprendente Serie TV
Negli anni le serie sul genere poliziesco sono proliferate e hanno coperto ogni sfaccettatura dedicata a questo genere. Quando ho letto di Mindhunter non ero molto entusiasta all’idea di vedere un ulteriore serie sul genere, ma mi sono dovuta ricredere.
Perché questa serie è così diversa dalle altre? Molto semplice: questa serie parla di una storia vera, quella del primo cacciatore di serial killer al mondo.

La regia di questa serie TV è affidata ad un regista di tutto rispetto, David Fincher, che ha precedentemente diretto film come Fight Club, The Social Network e Gone Girl. La sua regia si nota sin dalla sigla d’apertura che richiama tantissimo Fight Club e i suoi fotogrammi dalle tinte forti.

La serie TV è tratta dall’omonimo libro scritto da Mark Olshaker e John E. Douglas. La storia è raccontata nella serie è liberamente ispirata all’originale, soprattutto nella caratterizzazione dei personaggi.
Mindhunter è ambientata negli anni 70 nel periodo in cui cominciavano ad arrivare alla ribalta della cronaca i primi assassini seriali.
Era negli occhi della mente di tutti l’immagine dello spietato Charles Manson e la paura per questi individui cominciava a diventare reale e palpabile.
Il vecchio metodo di investigazione, utilizzato fino agli anni 70, prevedeva la ricerca di un assassino facendosi le domande “Chi?” e “Come?”.
Un giovane agente dell’ FBI, che inizialmente si occupa della gestione delle situazioni a rischio nei casi di rapimenti e ostaggi, comincia a documentarsi sulla domanda fondamentale in questi casi: “Perché?”.
Il giovane Holden Ford, che nella serie interpretato dal talentuoso Jonathan Groff, è un agente dell’FBI affascinato dalla mente di chi compie questi atti abietti e vuole capire cosa li spinge a compierli. Molti di voi ricorderanno l’attore per la sua carismatica interpretazione in Glee.
La peculiarità di questo personaggio è la sua natura borderline, che si manifesta nel suo interesse viscerale nei confronti dei criminali ai quali si approccia. Questa sua natura, anche se sembra essere surreale, ci spiega come la linea che separa la paura e la curiosità sia labile.

Decide quindi di affiancare l’agente Tench nel suo lavoro di formazione, in ambito di scienze comportamentali, delle forze dell’ordine del paese.
Ed è proprio l’agente Tench, interpretato da Holt McCallany (un volto noto delle serie poliziesche), a cercare di mitigare gli impulsi di Ford e il suo modo di agire a volte poco ortodosso. Tench è il tipico padre di famiglia che si tiene tutto dentro per non far pesare il suo gravoso lavoro sulla vita personale. Al contrario Ford riversa ogni particolare del suo lavoro nella sua relazione con Debbie.
Questi due comportamenti, seppure agli antipodi, influenzeranno irreversibilmente le loro vite private.
In questi viaggi ha occasione di intervistare alcuni serial killer e rapportarsi a loro. Queste interviste servono a capire meglio questi individui per poter catturare chi agisce come loro.
Alla coppia di agenti si aggiunge un affascinante ricercatrice che si occupa delle menti deviate e dei loro meccanismi. Nei panni di Wendy Carr vediamo un ispirata Anna Torv, che in passato abbiamo conosciuto ed amato in Fringe.
La particolarità che mi ha lasciata ancora più soddisfatta di Mindhunter è la gestione delle vite private dei protagonisti. Infatti in questa serie non si tende ad appesantire il tutto con particolari scontati delle vite dei protagonisti. Tutto è dosato e bilanciato e ci mostra come un lavoro così duro, soprattutto dal lato psicologico, possa alla lunga influenzare ed inquinare le vite di chiunque.
La serie non è di certo facile da digerire per i suoi contenuti piuttosto forti. Non vediamo scene di sangue, ma ascoltare i racconti degli assassini e vedere le foto delle scene del crimine vi lascerà segnati.
Come tutti sappiamo virgola immergersi in una storia vera ed entrare nelle menti dei serial killer è un’esperienza affascinante ma che ci lascia l’amaro in bocca. Ci si domanda come è possibile che una mente posso arrivare a tali limiti.
La cosa che ci lascerà sempre più perplessi e arrivare quasi ad empatizzare con gli assassini conoscendone i loro trascorsi violenti da aberranti.

In passato un grande successo cinematografico come il silenzio degli innocenti ci aveva fatto immergere in questa realtà. Il fascino di Hannibal Lecter era innegabile nonostante si trattasse di un efferato criminale.
Netflix ancora prima dell’uscita della prima stagione aveva confermato l’uscita della seconda, sia per l’innegabile potenziale della serie che per il finale di stagione che lascia aperti molti interrogativi, facendoci capire che questo è solo l’inizio una storia più grande.

Il mio giudizio riguardo a questa serie non può essere che positivo. La regia di gran pregio di Fincher salta all’occhio e da ala serie maggior spessore. Mindhunter riesce a tenere lo spettatore incollato allo schermo nonostante gli eventi non siano poi cosi frenetici. Gli attori scelti per questa serie riescono a colpire nel segno con le loro interpretazioni, nonostante i loro ruoli siano abbastanza iconici e standardizzati. Con Mindhunter sono riusciti a dare un nuovo lustro al terzetto “agente giovane/Compagno a carriera avanzata/Ricercatrice. La serie è dura e ti sbatte in faccia la realtà degli eventi senza tanti fronzoli, e in questa caratteristica vediamo uno dei tratti distintivi di Fincher.
E’ una serie che consiglierei a tutti nonostante la sua durezza perché trovo veramente interessante la possibilità di conoscere qualcosa in più sulle menti criminali.
Voi avete visto Mindhunter? Cosa ne pensate?
Valutazioni
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Regia
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Interpretazione
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Sceneggiatura
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Fotografia
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Musiche