Fabrizio De André, tra García Márquez e Jodorowsky: esegesi di “Sally” Un viaggio tra la miseria umana, i sogni svaniti, gli errori di una vita e Sally, colei da cui tutto ebbe inizio.

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A 19 anni dalla morte di Fabrizio De André, decidiamo di omaggiare questo straordinario poeta, con l’esegesi di uno dei suoi testi più profondi: “Sally”.

“Sally” simboleggia la delusione di veder svaniti i propri sogni; della difficoltà, per alcuni individui “speciali”, di adattarsi alla società: c’è chi, pur non adattandosi, riesce a costruire qualcosa di grande e chi inevitabilmente soccombe, come la protagonista di questa meravigliosa canzone.
All’interno di ”Sally” vi sono numerosi riferimenti ad altre opere: si basa in parte sulla canzone per bambini “My mother said that I never should“, al Re dei Topi, protagonista del film “El Topo” di Alejandro Jodorowsky e al capolavoro di Gabriel García Márquez, “Cent’anni di Solitudine”. è proprio a quest’ultima opera, che vogliamo dedicare maggior attenzione.

Seguiamo, quindi, l’avventura e il declino della giovane protagonista che si avvia, sprovveduta e senza mezzi, a conoscere il mondo.

Mia madre mi disse – Non devi giocare

con gli zingari nel bosco.

Mia madre mi disse – Non devi giocare

con gli zingari nel bosco.

Gli zingari rappresentano, nell’immaginario collettivo, ciò che è diverso, talvolta anche spaventoso: “gli zingari rubano”, “gli zingari non hanno casa”… ecc.
Nella visione del cantante gli zingari sono una popolazione assolutamente interessante e degna di essere conosciuta. De André ha più volte affermato di apprezzare il popolo Rom perché ha attraversato il mondo per centinaia di anni, senza portare con sé alcun tipo di arma.
Qui troviamo la prima analogia con “Cent’anni di solitudine”: Il villaggio descritto nel libro, Macondo, viene spesso visitato da zingari.

Ma il bosco era scuro l’erba già verde

lì venne Sally con un tamburello

ma il bosco era scuro l’erba già alta

dite a mia madre che non tornerò.

La protagonista (che, attenzione, non è Sally) decide di non dare ascolto alla madre e di allontanarsi nel bosco. D’altronde chi non sente l’impulso di disobbedire ai genitori, di provare ciò che è proibito (il bosco scuro), soprattutto quando si è convinti che i tempi siano maturi e che sia ora allontanarsi dal nido familiare?
A questo punto incontriamo la seconda similitudine con il libro di García Márquez: uno dei due figli della coppia protagonista, José Buendìa, segue i gitani perché invaghitosi di una di loro.

Andai verso il mare senza barche per traversare

spesi cento lire per un pesciolino d’oro.

Andai verso il mare senza barche per traversare

spesi cento lire per un pesciolino cieco.

Allontanatasi anche da Sally, per scoprire il mondo, la protagonista va verso il mare. Sembra che non sappia bene dove andare: il suo mezzo di trasporto sarà un pesciolino d’oro e cieco. D’oro perché le permetterà di ricevere la ricchezza, vale a dire la conoscenza del mondo; cieco perché il suo andare sarà totalmente casuale.
In questo caso De André ha attinto nuovamente da “Cent’anni di solitudine”: Un altro figlio della coppia protagonista, Aureliano Buendìa, si dedica a creare “pesciolini d’oro”.

Gli montai sulla groppa sparii in un baleno

andate a dire a Sally che non tornerò.

Gli montai sulla groppa sparii in un momento

dite a mia madre che non tornerò.

La protagonista si fa così guidare dal pesciolino cieco, come una sprovveduta, come colei che ha deciso di affrontare il mondo senza i mezzi necessari per farlo. Sally è già alle sue spalle.
Ancora una volta la protagonista contravviene alle regole della società e, così come fuggì dalla madre, fugge anche da Sally.

Vicino alla città trovai Pilar del mare

con due gocce d’eroina s’addormentava il cuore.

Vicino alle roulottes trovai Pilar dei meli

bocca sporca di mirtilli un coltello in mezzo ai seni.

Ed ecco che la protagonista arriva nella grande città, dove incontra Pilar del mare. Non ci è dato sapere chi sia Pilar ma ricorre nel libro diGarcía Márquez, con il nome di Pilar Carnera.
Pilar è un’eroinomane che, come tanti altri, fa uso di droghe per sfuggire alla sofferenza (s’addormentava il cuore), richiamandone, inevitabilmente, tanta altra.
la protagonista, successivamente, troverà Pilar morta: con le labbra sporche di mirtilli, quindi di sangue, e con un coltello conficcato nel petto.

Mi svegliai sulla quercia l’assassino era fuggito

dite al pesciolino che non tornerò.

Mi guardai nello stagno l’assassino s’era già lavato

dite a mia madre che non tornerò.

Quindi la protagonista dormiva durante l’omicidio? al suo risveglio ritrova Pilar morta ma non vede l’assassino che sembra già essersi lavato prima di fuggire.
A questo punto, riflettendosi nell’acqua, ci fa intuire che l’assassino si trova ancora sulla scena del delitto: l’assassino, è la protagonista della canzone.
Ma per quale motivo uccidere Pilar? se la protagonista non l’avesse fatto volontariamente? se si fosse limitata a lasciare che Pilar morisse per un’overdose (il coltello in mezzo ai seni, che richiama la siringa) senza far nulla per aiutarla?
possiamo quindi dire che, lavandosi allo stagno, la protagonista lava la propria coscienza macchiata dal sangue di Pilar?

Oramai non è più possibile tornare dalla madre, la protagonista si trova troppo lontano per poter tornare indietro, non solo geograficamente, è ormai lontano dagli ideali della madre: la droga, la ricchezza, la speranza di sogni ormai infranti l’hanno catapultata in una realtà totalmente diversa da quella “comoda” e “confortevole” di una vita ormai lontana, quella con sua madre, quella dell’innocenza.

Seduto sotto un ponte si annusava il re dei topi

sulla strada le sue bambole bruciavano copertoni.

Sdraiato sotto il ponte si adorava il re dei topi

sulla strada le sue bambole adescavano i signori.

La protagonista quindi incontra sul suo cammino il Re dei topi, che si compiace della sua puzza mentre “sulla strada, le sue bambole, adescavano i signori”.
Il re dei topi è forse l’unica figura spregevole della canzone, colui che con consapevolezza fa del male ad altri.

La madre, come ogni genitore, invita la protagonista a non rischiare, a non allontanarsi, a non perdere la “retta via”; possiamo biasimarla?
Possiamo biasimare la protagonista, che a sua volta sente l’impulso, umano, di conoscere l’ignoto, di raggiungere il proibito? possiamo incolparla di un omicidio che potrebbe non aver commesso materialmente? o sotto effetto di droga? o per droga?; e ancora, possiamo biasimare Pilar, per essere un’eroinomane? per scacciare la sofferenza di una vita altrettanto miserabile?

Il Re dei topi, invece, è colui che manipola, che sfrutta altri per il proprio benessere: il Re dei topi è un protettore.

Mi parlò sulla bocca mi donò un braccialetto

dite alla quercia che non tornerò.

Mi baciò sulla bocca mi propose il suo letto

dite a mia madre che non tornerò.

Infine la protagonista diventa “vittima” del “Re dei topi“, comincia cioè a prostituirsi.
Dite alla quercia che non tornerò”, dite quindi al luogo in cui si riparava, la quercia su cui si è rifugiata dopo aver ucciso/lasciato morire Pilar, che lei non tornerà, così come ha fatto con la madre, con Sally e con il pesciolino.

Mia madre mi disse – Non devi giocare

con gli zingari del bosco.

Ma il bosco era scuro l’erba già verde

lì venne Sally con un tamburello

Infine, la protagonista ripensa ad un tempo passato, ripensa ad una vita dimenticata: ripensa alla madre.
Ritorna ai consigli che non ha seguito per troppa bramosia di conoscere il mondo e che l’hanno portata, inevitabilmente, alla fine di questo viaggio tempestoso; al culmine di una vita intensa ma difficile. Torniamo quindi a Sally, colei da cui tutto è iniziato.

Ormai sa che nessuno la sta più aspettando, non ha più nessuno da cui tornare e la disillusione prende il sopravvento, insieme ad essa, anche la consapevolezza che ogni singola decisione presa sia stata una decisione sbagliata. D’altronde, però, quel giorno il bosco era scuro e l’erba già verde e poi, venne Sally, con il suo tamburello. Possiamo biasimarla?

Giulia Cascella

Giurista cinefila, classe 1990. La grande passione per il cinema mi ha accompagnata nei temibili anni adolescenziali, dove brufoli e amori platonici si sono mescolati ai protagonisti del grande schermo. Ho curato la regia di alcuni video pubblicitari e scattato diversi servizi fotografici.