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Facebook: cosa sta succedendo al colosso dei social network, Parte 2 Sono giorni pessimi per Facebook. Crollo finanziario quotidiano, dimissioni e ricadute politiche senza precedenti. Gli aggiornamenti sul caso.

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La crisi di Facebook sembra sempre più reale

Lo scandalo Facebook ha iniziato a sgretolare il colosso dei social network, come abbiamo iniziato a vedere con le tappe di ieri. Zuckerberg è stato convocato dall’Europarlamento a far chiarezza sugli avvenimenti, negli USA anche Trump, sfruttatore dei servigi di Facebook, ha dato il via ad una politica selettiva, la GB vuole spiegazioni su Cambridge Analytica durante la Brexit, e il capo della sicurezza informativa del social network, Alex Stamos, ha puntato il dito contro la dirigenza, facendo un dietrofront abbastanza rocambolesco all’interno della gerarchia societaria.

Agli albori della cosa, Cnet.com volle lanciare un avviso sulla questione sicurezza su Facebook, riproponendo un articolo del gennaio 2017, intitolato How to delete your Facebook account, once and far all, elencando delle procedure efficaci per svincolarsi dalle leggi del social network incriminato, finendo per fare pubblicità progresso, discutendo su cosa si potrebbe fare col tempo perso speso su Facebook, come se si trattasse del risparmio sulla nicotina. E forse, avrebbero anche ragione.

Complici tutti questi fattori psico-socio-economici, la corrente #DeleteFacebook ha preso il dominio sulle discussioni affrontate sulle piattaforme social, specialmente su Twitter, anche lui in rosso del -10% in borsa, coinvolgendo perfino Brian Acton, co-fondatore di WhatsApp, applicazione acquistata con 19 miliardi di dollari da Facebook. Il tweet pugnalata ha inferto un numero di ferite superiori alle 4.400 condivisioni, 9.000 mi piace, ma sopratutto una maggioranza di commenti a favore.

Brian Acton aveva lasciato la guida di WhatsApp a settembre insieme al co-fondatore ed altri collaboratori e TechCrunch, istituzione numero uno per quel che riguarda il digitale, ha enunciato, come una doccia fredda, che:

Facebook ci sta usando. Sta di proposito prendendo le nostre informazioni. Sta creando delle echo chamber nel nome della connessione. Fa emergere le divisioni e distrugge le vere ragioni che ci hanno portati all’uso dei social media, ossia le relazioni umane. È un cancro, e come echo chamber, fa si che le differenze e gli argomenti di scontro tra la gente si amplifichino, sfruttandole a suo piacimento.

D’altronde, già nel lontano 2010, Zuckerberg stesso confermò a posteriori questa tendenza a poter gestire e manipolare le banche dati digitali. Era ancora uno studente universitario, ma scrisse ad un collega che “Se hai bisogno di informazioni su qualcuno ad Harvard basta che me lo chiedi. Ho oltre 4mila indirizzi email, foto, indirizzi. Le persone li hanno inseriti, non so perché. Loro si fidano di me. Che stupidi”. Conoscendo l’indole del creatore di Facebook, un commento del genere potrebbe non essere malefico come sembra, ma semplicemente una constatazione su come la gente tenda a non fare attenzione a quello che fa.

Le prime conseguenze per Facebook sono delle grande istituzionali da sanare politicamente

La prima corsa ai ripari di Facebook è stato l’avvio di un’indagine interna per verificare il comportamento di Cambridge Analytica, per constatare se i dati controllati dall’azienda in maniera non autorizzata siano stati veramente eliminati. Lunedì 19 marzo le indagini hanno bussato anche alla sede londinese di Cambridge Analytica, ma anziché fornire dettagli risolutivi, ha causato altri problemi a Facebook. L’organismo di controllo indipendente che nel Regno Unito protegge i dati dei cittadini ha fatto capire al gruppo di indagine di dover sloggiare senza toccare nulla, per evitare che vi siano compromissioni delle prove.

A mettere alla prova Facebook è anche l’andamento della borsa, con un valore di mercato che in due giorni ha perso 50 miliardi di dollari, stabilendo il record negativo in assoluto della storia della borsa. Il titolo ha perso di stabilità nel giro di pochissime ore, con una quantità di azioni attorno alle 120 milioni andate perse. Zuckerberg stesso non ha ancora fatto nessuna dichiarazione. Si suppone che tutti i dirigenti attenderanno gli esiti delle indagini interne, prima di correre ai ripari con cambiamenti sulle condizioni d’uso della piattaforma, o prima di intraprendere azioni legali contro Cambridge Analytica.

Alcuni commenti delle ultime ore, il trattamento riservato a Facebook è eccessivo, poiché esso consentiva il modo in cui i dati sono stati utilizzati, prima di cambiare le regole, quindi non vi sarebbe nulla di scorretto nello sfruttamento dei profili e nessuna violazione dei sistemi. Ovviamente, nonostante le regole non esistessero, è chiaro come le dinamiche del social fossero estremamente permissive e non mantenessero un controllo sulla diffusione dei dati.

Zuckerberg sorride vicino alla scritta Facebook
Via d’uscita?

Una volta portate a termine le indagini interne, Facebook darà la propria versione dei fatti ed è prevedibile l’emanazione di nuove regole per mettere in sicurezza i dati, rendendoli meno accessibili, chiudendo ulteriormente le dinamiche del social network, scontentando coloro che li vorrebbero per fare ricerca su come i social stiano cambiando l’antropologia moderna.

I dirigenti di Facebook confidano che la tempesta passi in fretta, ma niente esclude la promulgazione di nuove leggi che in futuro obbligheranno Facebook a riscrivere le proprie regole sulla privacy. Le cose potrebbero comunque peggiorare nei prossimi mesi, nel caso in cui si trovasse un collegamento tra Cambridge Analytica e il Russiagate.

Saltano le prime teste

A fare da apripista per le decapitazioni simboliche è Alexander Kogan, docente di psicologia a Cambridge, che viene preso di mira per fungere da capro espiatorio, secondo lui, nello scandalo in corso. Attraverso una sua app sono stati elaborati i dati di 50 milioni di utenti Facebook, per poi passarli a Cambridge Analytica, ma ovviamente nega di aver ingannato qualcuno, azzardando una messa in dubbio sul ruolo chiave che quei dati avrebbero avuto per Donald Trump.

Mi usano come capro espiatorio, sia Facebook sia Cambridge Analytica, ma la verità è che tutti sapevano tutto e tutti ritenevamo di agire in modo perfettamente appropriato dal punto di vista legale. Pensavamo tutti di fare una cosa davvero normale. I vertici stessi di Cambridge Analytica mi rassicurarono che la cessione dei dati e la sua consulenza con loro fosse perfettamente legale. Anche le affermazioni fatte dal management della stessa Cambridge Analytica sono millanterie pubblicitarie, è inverosimile il contributo che si suppone sia stato dato a Trump. È un’esagerazione, quella montagna di dati sarebbe stata più utile a danneggiarlo, non certo a favorirlo!

Lo scandalo continua, ora dopo ora, vi terremo aggiornati con una prevedibile Parte 3.

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Francesco Paolo Lepore

Redattore presso PJN e CinemaTown, laureato in Nuove Tecnologie dell'Arte, studente di Social Media Marketing. Il cinema è una costante della sua vita. Ha scritto e diretto diversi progetti per le università e il territorio. Amante dei mass media, ne studia minuziosamente i meccanismi utili alla comunicazione emozionale. Scrive da sempre, osserva da sempre, ricorda tutto da sempre.