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Facebook: cosa sta succedendo al colosso dei social network, Parte 3 Il crollo di Facebook continua a minare la salute della società. Zuckerberg inizia a fare dichiarazioni di responsabilità e Israele rilascia minacce.

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Zuckerberg si prende le responsabilità di quanto commesso da Facebook

PJN sta seguendo passo dopo passo i principali avvenimenti dello Scandalo Facebook, arrivando alla terza tappa di aggiornamenti sul caso, iniziato qualche giorno fa col primo ed il secondo capitolo.

Hanno iniziato Jim Carrey e Brian Acton, fondatore di WhatsApp, ora anche Cher ha chiuso il suo account Facebook, riportando la decisione, presa a malincuore, su Twitter. L’hashtag #deletefacebook ormai dilaga sul web e sta raccogliendo i consensi che sperava, almeno per ora. L’abbandono del social network e il crollo finanziario sono le prime dirette conseguenze di quanto commesso da Cambridge Analytica e Zuckerberg si sta destreggiando meglio che può con post sui canali digitali e alcune ammissioni di responsabilità che promettono maggiori tutele della privacy.

Ora anche lo stesso Trump si è riferito alla vicenda, sfruttando spudoratamente la situazione, vantandosi del ruolo del web nella sua vittoria alle presidenziali. Il suo tweet recita: “Ricordate quando dicevano che non spendevo sui social network quanto Hillary e che la mia presenza non era altrettanto sofisticata? Beh, adesso nessuno lo dice più”.

Non che basti un tweet a quietare le acque per Facebook. Il procuratore speciale del Russiagate, Robert Mueller, ha aperto la caccia per lo stanamento dei legami tra il Presidente Trump e Cambridge Analytica, e secondo i media americani, istituzioni rinomate per non andare troppo sul sottile, alcuni ex manager della campagna elettorale sarebbero già sotto torchio per capire l’uso che hanno fatto di quei dati, per ora accertati a 50 milioni di utenti, ma il conto potrebbe arrivare facilmente a tre volte tanto.

Riguardo alla borsa, per Facebook non finisce la discesa costante, e Wall Street inizia a temere che lo scandalo finisca per minare il business model della società facendo aumentare i costi. Zuckerberg ha garantito, forse disperatamente, un’indagine in tutti i livelli, migliori norme sulla privacy e misure speciali per proteggere le elezioni americane di metà mandato. Peccato che gli esperti prevedano che tutte queste parole non porteranno nemmeno ad una protezione completa della privacy. Facebook è pur sempre una comunità di 2 miliardi di persone.

In madrepatria intanto la Commissione Energia e Commercio della Camera dei Rappresentanti chiamerà Zuckerberg a testimoniare. Le inchieste sono aperte sia nel Vecchio che nel Nuovo Continente, e le maggiori forze politiche annunciano l’avviamento di regolamentazioni sui social network. Zuckerberg non si dichiara contrario, ipotizzando una richiesta ai pezzi grossi del web una maggiore trasparenza nei contratti pubblicitari. Nel frattempo pare che Alexander Kogan, il ricercatore che avrebbe raccolto i dati della Cambridge Analyticaabbia ricevuto da Facebook dati aggregati su ben 57 miliardi di combinazioni di contatti intrecciati sul social e il Congresso americano ha già preso alcune misure, approvando una legge contro i traffici sessuali, responsabilizzando i social network sui contenuti dei messaggi postati in rete.

Anche Israele prende le distanze da Facebook e spuntano le previsioni economiche post scandalo

Se non bastasse tutto questo a mettere spalle al muro Facebook, come riporta LaPresse, l’authority israeliana per la protezione della privacy ha aperto un’inchiesta in seguito allo scandalo, notizia resa nota ufficialmente da Tel Aviv. Il piano internazionale si tinge sempre più di nero, con gli inserzionisti pubblicitari del Regno Unito pronti a piantare in asso Zuckerberg. L’ente che ne rappresenta i principali incontrerà Facebook, ma se il social network non fornirà le necessarie garanzie sulla sicurezza dei dati degli utenti, si potrebbe decidere di investire altrove.

Chi potrebbe avvantaggiarsi della situazione è la blockchain. Ad annunciarlo è la Cnbc, attraverso la voce di Mitch Steves, il quale divide in due il discorso, sottolineando che se da una parte la tecnologia del bitcoin permetterà di vedere in tempo reale lo stato dei propri dati, di cosa si condivide e con chi, dall’altra non permetterà di prevenirne un uso improprio, risolvendo solo il problema della trasparenza, ma non quello del controllo.

Mitch Steves annuncia i detrattori dello Scandalo Facebook alla Cnbs
Mitch Steves prevede le conseguenze economiche dello Scandalo Facebook alla Cnbs

Esattamente il tipo di duplice problema emerso dopo la denuncia fatta a Cambridge Analytica, col conseguente danno di immagine maggiore, essendo Facebook consapevole dell’abuso dal 2015 senza aver allertato gli utenti, accontentandosi di una semplice rassicurazione da parte di Cambridge Analytica sul fatto che i dati fossero stati cancellati, cosa mai avvenuta, almeno secondo Zuckerberg, il quale ha indetto una conferenza stampa per rompere il silenzio e dichiararsi responsabile dell’accaduto, confermando che Facebook “ha la responsabilità di proteggere i vostri dati”. Peccato che la rottura del silenzio sia stato troppo poco per evitare il crollo in Borsa, ancora in atto.

Sta di fatto che la previsione migliore degli esperti sia la scomparsa del potere centralizzato e che nonostante i recenti cali delle altcoin e la corrispondente volatilità, le criptovalute basate sulla blockchain si espanderanno in questo settore, destinato a macinare una cifra vicina ai 10 trilioni di dollari nei prossimi quindici anni, con l’aiuto di un approccio mentale decentralizzato e dall’incremento del software open source.

Zuckerberg rilascia la sua prima dichiarazione per rompere il silenzio

Il principale avvenimento dall’inizio dello scandalo è comunque la rottura del silenzio da parte del Ceo Mark Zuckerberg, il quale ha parlato proprio con un post dal suo profilo Facebook.

Voglio condividere un aggiornamento sulla situazione di Cambridge Analytica, compresi i passi che abbiamo già intrapreso e quello che faremo per affrontare questo importante problema. Abbiamo la responsabilità di proteggere i tuoi dati, e se non ci riusciamo, non meritiamo di servirti. Ho lavorato per capire esattamente cos’è successo e come fare in modo che non succeda di nuovo. Ma abbiamo anche commesso degli errori, c’è altro da fare e dobbiamo farlo.

Zuckerberg parla delle origini, di quando Facebook ha permesso alla gente di accedere alle app e condividere chi erano i loro amici e altri tipi di informazioni personali, per poi citare Aleksandr Kogan, creatore di un quiz sulla personalità compilato da centinaia di migliaia di persone, sottolineando che “considerando come funzionava allora la nostra piattaforma, significava che Kogan era in grado di accedere a decine di milioni di dati degli amici di chi compilava il quiz”.

Nel 2014, per prevenire le applicazioni abusive, abbiamo annunciato un intero cambiamento di Facebook per limitare drasticamente tutto questo. Cosa più importante, le applicazioni come quella Kogan non potevano più chiedere dati sugli amici di una persona a meno che i loro amici non avessero autorizzato l’applicazione. Abbiamo anche richiesto agli sviluppatori di ottenere un’approvazione da noi prima che potessero richiedere i dati sensibili dalle persone. Nel 2015 abbiamo appreso dai giornalisti del Guardian che Kogan aveva condiviso i dati della sua app con Cambridge Analytica, violando le nostre politiche che impediscono agli sviluppatori di condividere dati senza il consenso delle persone, quindi abbiamo immediatamente cancellato l’applicazione di Kogan da Facebook, chiedendo sia a Kogan che a Cambridge Analytica di certificare formalmente di aver eliminato tutti i dati acquisiti in modo improprio.

Dopo queste premesse, Zuckerberg arriva a parlare del presente, raccontando che “la settimana scorsa abbiamo scoperto che Cambridge Analytica potrebbe non aver cancellato i dati come invece aveva assicurato a Facebook, vietandogli immediatamente di usufruire dei nostri servizi. Cambridge Analytica sostiene di aver effettuato quella cancellazione e ha accettato un controllo forense da parte di un’agenzia da noi assoldata che collabora con chi sta indagando sul caso”.

Quel che è successo è stato una violazione della fiducia tra Kogan, Cambridge Analytica e Facebook, e sopratutto tra Facebook e le persone che condividono i loro dati con esso, quando si aspettano protezione per quel che mettono a disposizione. Dobbiamo mettere un punto alla questione. Sono responsabile di quello che succede sulla nostra piattaforma. Faremo ciò che serve per proteggere la nostra comunità. Impareremo da questa esperienza per garantire ulteriormente il social e rendere la nostra comunità più sicura per tutti. Voglio ringraziare tutti voi che continuate a credere nella nostra missione e lavorare per costruire questa comunità insieme. So che ci vuole più tempo per risolvere questi problemi, ma prometto che ce la faremo e costruiremo un servizio migliore a lungo termine.

Il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, non nelle sue giornate migliori
Il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, non nelle sue giornate migliori

Le sei promesse di Mark per ristabilire l’ordine e garantire un futuro migliore a Facebook

  1. Controllare la piattaforma, rivedendo tutte le applicazioni che hanno avuto accesso a una grande quantità di dati, revisionando quelle con attività sospetta. Ogni sviluppatore che abbia usato dati in maniera inappropriata, verrà bandito da Facebook.
  2. Informare le persone sull’uso improprio dei dati e su quali app hanno abusato degli stessi, informando tutti coloro che hanno utilizzato tali applicazioni nel momento in cui le radieremo.
  3. Disattivare l’accesso per le applicazioni inutilizzate negli ultimi tre mesi, interrompendo l’accesso delle applicazioni alle sue informazioni.
  4. Limitare i dati forniti quando un’app si collega a Facebook. Nella prossima versione del social, con un cambiamento del login ridurremo i dati che un’applicazione può richiedere a nome dell’utente, foto del profilo e indirizzo e-mail. Per richiedere altri dati sarà obbligatoria l’approvazione di Facebook.
  5. Incoraggiare le persone a gestire le app che utilizzano. Come già avviene, viene mostrato alle persone a quali applicazioni sono connessi i loro account e controlliamo quali dati hanno permesso a tali applicazioni di essere utilizzati. In futuro queste scelte saranno più facili da gestire.
  6. Premiare le persone che trovano vulnerabilità, permettendo loro di segnalare eventuali abusi dei dati da parte degli sviluppatori di applicazioni.

Zuckerberg è poi intervenuto alla Cnn, scusandosi nuovamente e dichiarandosi disponibile a testimoniare davanti al Congresso degli Stati Uniti e di essere disponibile all’istituzione di nuove regole per i social network, lanciando un monito e una promessa di buone intenzioni: Sono sicuro che qualcuno tenterà di influenzare le elezioni di medio termine in programma negli Stati Uniti il prossimo novembre. Una volta pensavo che la cosa più importante per me fosse avere il maggior impatto possibile nel mondo. Ora l’unica cosa che mi interessa è costruire qualcosa per cui le mie figlie, crescendo, possano essere orgogliose di me”.

I principali coinvolti dello Scandalo Facebook

Un ottimo glossario sui personaggi del caso lo fornisce Sky Tg24. I giorni passano e le personalità coinvolte crescono. Di seguito i nomi più importanti.

Christopher Wylie. 29 anni, data scientist (esperto di analisi dati) canadese, ha lavorato per Cambridge Analytica dove ha contribuito a perfezionare l’algoritmo in grado di prevedere e influenzare le scelte elettorali delle persone, a partire dalla loro attività su Facebook. Pentito di aver collaborato, ha denunciato al Guardian e al New York Times le pratiche irriguardose della privacy degli utenti: “Abbiamo sfruttato Facebook per raccogliere milioni di profili, e costruito modelli per sfruttare le informazioni in modo da sapere come convincerli”.

Alexandr Kogan. 33 anni, data scientist e psicologo di origine moldava, ricercatore a Cambridge e sviluppatore dell’applicazione thisismydigitallife che, sfruttando le regole lasse di Facebook sulla privacy, ha catturato informazioni dai profili di 50 milioni di utenti su Facebook. In una video intervista Kogan ha ammesso di aver passato i dati a Cambridge Analytica, fidandosi della parola di Wylie che gli garantì che sarebbero stati usati secondo le policy di Facebook. Kogan nega di sapere le finalità reali di Cambridge Analytica e sostiene di aver agito con finalità di ricerca in accordo alle policy di Facebook e in stretto contatto con Menlo Park.

Bob Mercer. 71 anni, informatico e magnate statunitense. Ha lavorato ai primi sistemi di intelligenza artificiale negli anni ’70, diventato miliardario si è sempre schierato apertamente e senza badare a spese coi Repubblicani. Negli ultimi undici anni li ha finanziati per un totale di 35 milioni di dollari. Con 15 milioni di dollari ha dato vita a Cambridge Analytica.

Alexander Nix. 42 anni, analista finanziario formatosi a Eton e all’Università di Manchester. Amministratore delegato di Cambridge Analytica fin dalla sua fondazione e già direttore presso Strategic Communication Laboratories. Ha sempre negato, anche in occasione dell’audizione presso una commissione governativa lo scorso febbraio, di aver utilizzato i dati di Facebook per la sua attività di consulenza politica. È stato sospeso dall’incarico all’indomani delle dichiarazioni di Wylie.

Steve Bannon. 64 anni, giornalista statunitense, politico e stratega di Donald Trump alle Presidenziali 2016 e Consigliere Anziano del Presidente degli Stati Uniti fino all’agosto 2017. Dal 2014 al 2016 è stato vice presidente di Cambridge Analytica. È responsabile, secondo il suo ex dipendente Wylie, di aver voluto e portato avanti il programma per la manipolazione dell’elettorato.

Mark Zuckerberg. 33 anni, informatico e imprenditore statunitense, fondatore di Facebook. Dovrà dare spiegazioni a utenti, investitori e istituzioni a tutela della privacy, relativamente alle policy molto poco attente alla privacy degli utenti fino al 2015 e per non aver avvisato gli utenti interessati non appena saputo del loro inconsapevole coinvolgimento. Si è pubblicamente scusato con gli utenti.

Francesco Paolo Lepore

Francesco Paolo Lepore

Redattore presso PJN e CinemaTown, laureato in Nuove Tecnologie dell'Arte, studente di Social Media Marketing. Il cinema è una costante della sua vita. Ha scritto e diretto diversi progetti per le università e il territorio. Amante dei mass media, ne studia minuziosamente i meccanismi utili alla comunicazione emozionale. Scrive da sempre, osserva da sempre, ricorda tutto da sempre.