Sergio Leone

Sergio Leone: 29 anni fa ci lasciava il regista italiano maestro del western, ricordiamo le sue opere migliori La firma di Sergio Leone sul western e sul modo di dirigere è indelebile da sempre. A 29 anni dalla sua scomparsa, ricordiamo le sue migliori opere.

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Metodico e visionario. Sergio Leone divenne il più grande esponente del western all’italiana, riuscendo nell’impresa di trovare i produttori per le proprie idee con l’aiuto della sola passione. Un sogno che qualunque cineasta alle prime armi sogna di avverare, conquistando la fiducia delle case produttrici semplicemente spiegando appassionatamente l’idea del film, le onomatopee degli spari e la descrizione assai vaga dei campi lunghi o dei primi piani. Sergio Leone ci riusciva sempre, lasciando perplessi i magnati del cinema italiano degli Anni ’60, ogni volta che si presentava con un’idea “troppo visiva per essere descritta”, come diceva sempre lui. Un vezzo tipico anche di un altro grande italiano, Federico Fellini, che riusciva a concludere i propri film addirittura senza una sceneggiatura su cui basarsi. A 29 anni dalla morte di Sergio Leone, regista la cui aneddotica è ricca di particolari, PJN ne ricorda le tre produzioni migliori.

3. Il Buono, il Brutto e il Cattivo, di Sergio Leone (1966)

Sergio Leone arriva a dirigere Il Buono, il Brutto e il Cattivo quando è ad un passo dal suo apice visivo, che raggiungerà nella produzione successiva. Terzo capitolo della Trilogia del Dollaro, questo capolavoro è anche l’ultima partecipazione di Clint Eastwood in una produzione di Leone. Giunto dopo Per un pugno di dollari e Per qualche dollaro in più, chiude un ciclo basato sulla spettacolarità dei duelli e la tensione del montaggio, usato per lo più non a scopi drammatici ma a scopi narrativi, come nel caso del triello finale, la cui tensione raggiunge un livello tale da non essere stato ancora eguagliato, almeno, non secondo Quentin Tarantino. Complice il fedelissimo Ennio Morricone, che firma le colonne sonore per tutti i film di Sergio Leone ad eccezione de Il Colosso di Rodi, questo film è a tutti gli effetti lo spaghetti western per eccellenza.

Locandina di Il Buono, il Brutto e il Cattivo, di Sergio Leone
Locandina di Il Buono, il Brutto e il Cattivo, di Sergio Leone

Il film racconta di una caccia al tesoro, battuta da tre personaggi che nel corso del film si incontrano, si alleano e si tradiscono a ripetizione. Biondo, Tuco e Sentenza percorrono miglia per giungere al cimitero di Sad Hill, alla ricerca della tomba dorata, attraversando una cornice di avvenimenti storici che sembrano passare in secondo piano, ma che sono il perno narrativo che Sergio Leone sfrutta per districare magistralmente le vicende. I tre infatti perseguono il loro intento da fuori legge durante la Guerra di Secessione, vi passano attraverso, ne patiscono personalmente le dinamiche ma alla fine riemergono in maniera metaforica dai campi di battaglia.

Capolavoro assoluto di montaggio, il quarto film di Sergio Leone è di diritto nella top tre per l’iconografia rappresentata dal film, entrato nella storia del cinema come il più grande influencer del genere, con strascichi stilistici che durano ancora oggi. Anche in questo film il personaggio di Clint Eastwood resta nell’anonimato, si riesce a scoprire ben poco sulle origini del pistolero, riuscendo di fatto ad approfondire solo uno dei tre personaggi, quello a cui ci si affeziona di più, ossia Tuco, interpretato da Eli Wallach, preferito a Volonté dallo stesso Sergio Leone, che non voleva dare al personaggio delle caratteristiche troppo nevrotiche, ma che conservassero qualcosa di quasi chapliniano. Se infatti tutti i personaggi, compreso Tuco, siano degli spregevoli, lui stesso ci fa commuovere per le sue origini familiari, creando un legame unico col personaggio.

Il Buono, il Brutto e il Cattivo è comunque passato di fatto alla storia per i minuti finali del film, dove i tre si trovano finalmente a Sad Hill, uno di fronte all’altro, per lo scontro finale a colpi di pistola, in un ritmo visivo e musicale che insegna a tutti ancora oggi.

2. C’era una volta il West, di Sergio Leone (1968)

Il primo capitolo della Trilogia del Tempo arriva in un momento in cui Sergio Leone credeva di aver detto ormai tutto quel che sapeva sul western. Messo da parte il genere, a richiamarlo fu addirittura la Paramount, che gli permise di mettere su la produzione per eccellenza degli Anni ’60, grazie ai nomi di Claudia Cardinale, Charles Bronson e Henry Fonda. Se il film precedente è stato senza ombra di dubbio il capolavoro narrativo di Sergio Leone, con ritmi di montaggio da maestro, C’era una volta il West è sicuramente il capolavoro visivo. I primi piani, i campi lunghi, la fotografia e gli stacchi hanno una valenza drammatica come mai prima d’ora, indugiando spesso su uno sguardo o una panoramica. Il trattamento riservato alla sceneggiatura, neanche a stupirsi, fu di qualche centinaia di pagine, tanto era il desiderio di Sergio Leone di rappresentare chiaramente immagini e contenuti specifici.

Claudia Cardinale in C'era una volta il West, di Sergio Leone
Claudia Cardinale in C’era una volta il West, di Sergio Leone

Sebbene il regista non volesse più cimentarsi col Western, il progetto è talmente intenso che le prime stesure di sceneggiatura vengono fatte a sei mani tra Sergio LeoneBernardo Bertolucci e Dario Argento. Anche la storia diventa decisamente più drammatica e articolata, non ha scopi esclusivamente intrattenitivi. Claudia Cardinale interpreta una vedova giunta in una cittadina, unica dotata di una fonte d’acqua, dalla quale bisogna far passare una ferrovia che necessita dell’energia idraulica per la produzione di vapore. La sua condizione sociale è dovuta all’assassinio del marito, proprietario del terreno, perpetrato per mano di Henry Fonda, sicario della società ferroviaria. Sulle tracce di Fonda c’è però un misterioso Bronson, che deve risolvere delle questioni private col killer.

Il tocco finale che rende C’era una volta il West il capolavoro Western di Sergio Leone è ancora una volta Ennio Morricone. Il tema principale infatti è secondo per notorietà solo a Il Buono, il Brutto e il Cattivo, e tinge questo film di una vena malinconica, struggente e drammatica, facendosi quasi promotrice principale del cambio di tendenza attuato dal regista nei confronti della propria narrativa. Più di tutti gli altri progetti di Sergio Leone, questo in particolare ha dato un’impronta stilistica decisiva per i registi americani dell’epoca. Scorsese, Lucas e Carpenter si sono dichiarati influenzati direttamente dallo stile di questo capolavoro, consacrando definitivamente il virtuosismo di Leone nella storia del cinema.

Anche stavolta il film ha bisogno di uno scontro finale a suon di spari. Bronson e Fonda si guardano fissi negli occhi, la resa dei conti è personale, non ci sono dollari da spartire, ma solo sofferenze da appianare, vendete da far sgorgare. Il ritmo del montaggio è sempre accostato ad un crescendo musicale da maestro. Con questo capitolo della Trilogia del Tempo, Sergio Leone finisce di perfezionare le nozioni che gli serviranno per firmare il più grande progetto mai realizzato da Hollywood.

1. C’era una volta in America, di Sergio Leone (1984)

A concludere la Trilogia del Tempo, quasi vent’anni dopo, è C’era una volta in America. Se i primi due sono capolavori narrativi e visivi di Sergio Leone, questo progetto, dalla gestazione piuttosto articolata, è il capolavoro assoluto, che ne racchiude entrambi gli aspetti. Lo stile visivo tipico del cinema leoniano si percepisce, ma è assai poco presente, tranne che in qualche sprazzo. Primissimi piani e campi lunghi non si addicono a questo film, che punta molto di più sulla recitazione, al montaggio parallelo e agli intrecci narrativi. Pensato inizialmente come una storia di gangster italoamericani, i produttori israeliani portarono Sergio Leone a prediligere un contesto ebraico per la narrazione, perché trattandosi di un colossal, chi lo produceva voleva che fosse fatto per la prima volta su una storia di giudei.

Robert De Niro nell'ultima inquadratura di C'era una volta in America, di Sergio Leone
Robert De Niro nell’ultima inquadratura di C’era una volta in America, di Sergio Leone

È una storia di miseria infantile e delinquenza organizzata giovanile, che chiude la Trilogia del Tempo con un excursus temporale durante i primi sessant’anni del ‘900. Robert De Niro, già reduce di due Oscar, interpreta David “Noodles” Aaronson, personaggio protagonista del romanzo autobiografico dal quale Sergio Leone trae la sceneggiatura, dopo un lavoro di quasi quindici anni. Una banda di ragazzini ebrei, dopo un’infanzia di violenza e delinquenza, cresce organizzando traffici di alcolici ed eseguendo rapine ad ingaggio. Le cose vanno sempre meglio, finché il capo della banda, interpretato da un esemplare James Woods, non riesce a fare a meno di organizzare una rapina alla Federal Reserve Bank. La rapina non va nel migliore dei modi, dando il via ad un susseguirsi di intrecci misteriosi, che si sbroglieranno dopo più di trent’anni.

Sergio Leone mescola amicizia, fratellanza e sopratutto una storia d’amore condiviso tra Noodles, il suo migliore amico e Deborah, interpretata nella fase infantile da una giovanissima Jennifer Connelly. Sono proprio le conseguenze dell’amore a fare da filo conduttore alla narrazione, ne scaturiscono una causalità sottile e celata fino al termine del film. Deborah è contesa, sceglie di non cedere al suo amore per Noodles causando un domino di eventi che condurranno inevitabilmente alla fine di una serie di rapporti umani profondi, intensificati dai primi piani che indugiano sull’intensità della recitazione senza parole, magistrale sia per gli attori adulti che per i bambini. Il film è tutt’oggi considerato parte della triade intoccabile dei migliori film di sempre, ma non fu un successo di critica degno del lavoro di Sergio Leone.

Per motivi poco chiari infatti, l’edizione degli Oscar del 1985 vide Amadeus trionfare in quasi tutte le categorie, mentre per l’ultimo film di Sergio Leone non vi fu la minima menzione. Con o senza Academy Award, C’era una volta in America è un miracolo della narrazione filmica. Chiunque lo guardi, infatti, si ritrova a passare tre ore del proprio tempo come se ne fossero passate la metà. La scena più famosa del film è la morte di Dominik, primo episodio cardine della narrazione che sconvolge gli avvenimenti successivi. È l’ultimo esempio di virtuosismo registico lasciatoci da Sergio Leone, scomparso il 30 aprile del 1989, dopo aver inciso il suo nome nell’olimpo dei maestri del cinema Western e Gangster, oltre che del cinema italiano.

Francesco Paolo Lepore

Francesco Paolo Lepore

Redattore presso PJN e CinemaTown, laureato in Nuove Tecnologie dell'Arte, studente di Social Media Marketing. Il cinema è una costante della sua vita. Ha scritto e diretto diversi progetti per le università e il territorio. Amante dei mass media, ne studia minuziosamente i meccanismi utili alla comunicazione emozionale. Scrive da sempre, osserva da sempre, ricorda tutto da sempre.