Chi mi conosce lo sa: sono da sempre parecchio affezionato a Guillermo del Toro. Un legame costruito film dopo film, perché – bene o male – le sue opere mi hanno quasi sempre lasciato soddisfatto. Capirete quindi quanto l’annuncio di un suo adattamento di Frankenstein sia stato accolto con entusiasmo e quanta attesa abbia accompagnato la visione del risultato finale.
Il romanzo di Mary Shelley è un’opera talmente stratificata e sfaccettata . Una di quelle in cui ogni lettore può coglierne sfumature diverse, adattandole alla propria sensibilità e visione del mondo. Proprio questa ricchezza interpretativa è uno dei motivi per cui Il moderno Prometeo continua ciclicamente a riaffiorare nei media, con adattamenti innumerevoli, capaci di declinarsi in numero infinito di varianti quasi degne di un personaggio Marvel.
Alla luce di tutto questo, Guillermo del Toro era – sulla carta – il nome perfetto per confrontarsi con il mito. I temi a lui cari, l’attenzione per il diverso, il rapporto tra creatore e creatura, il mostruoso come specchio dell’umano: Frankenstein e il suo mostro sembrano fatti apposta per finire tra le sue mani. Tutto questo senza contare lo sconfinato amore che il regista ha dichiarato per il personaggio e il lungo, lunghissimo percorso che lo ha portato verso questo adattamento,
Per la sceneggiatura Del Toro sceglie una strada personale. Smembra il mito e riassembla la sua creatura in una forma nuova, più affine alla sua cinematografia. Il suo Frankenstein è diverso nella presentazione, ma fedele nelle tematiche. L’identità, la solitudine, il rifiuto, il peso della creazione restano il cuore pulsante del racconto.
La messa in scena è fortemente teatrale, affascinante e talvolta inquietante. Visivamente il film è una gioia per gli occhi: gotico, steampunk, carico di quell’estetica barocca e visionaria che da sempre contraddistingue il regista messicano. Ogni inquadratura sembra studiata per trasmettere meraviglia e disagio allo stesso tempo.
Ottime anche le scelte di cast. Se non avevo dubbi su Oscar Isaac, Mia Goth e Christoph Waltz, qualche perplessità iniziale la nutrivo su Jacob Elordi. Dubbi che, a fine visione, devo ammettere di aver completamente accantonato: nonostante un aspetto ben diverso dal solito mostro, la sua interpretazione si rivela solida e sorprendentemente intensa.
Questo Frankenstein non è esente da difetti. Alcune scelte narrative possono far storcere il naso e non tutto funziona alla perfezione. Ma nel complesso il film regge, emoziona e convince. Soprattutto, si percepisce chiaramente che Guillermo del Toro ci ha messo il cuore, affrontando il mito non come semplice materiale da adattare, ma come una storia profondamente sua.
Se amate il mito del mostro e le sue infinite riletture e la visione è assolutamente consigliata.