Mono no aware: non stavi guardando un cartone. Stavi imparando a perdere

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L’appuntamento era sempre quello, per tutti quanti noi cresciuti negli anni ’90.

Scuole elementari e medie con la prima storica serie: Goku bambino, la Speedy, Bulma alla ricerca di un fidanzato che sarebbe poi stato Yanko. Alle superiori Dragon Ball Z praticamente in loop sulle reti Mediaset, un rito che nessuno aveva deciso ma tutti rispettavano.

E nel mezzo c’era il pranzo.

Quando tua madre chiedeva “cosa avete fatto a scuola?” tu rispondevi “niente” ma non perché fossi scortese, non perché non ti importasse parlare con lei. Era che Dragon Ball stava per iniziare e il cibo aveva sempre un altro sapore mentre Goku volava verso la prossima avventura. Quel sapore lì non l’ha mai avuto nessun altro pasto.

Tempi innocenti in tutti i sensi. Innocenti perché eravamo bambini, certo ma anche perché Dragon Ball era ancora una storia dove i cattivi sembravano quasi buffi: Pilaf con le sue macchinazioni demenziali, i soldati dell’Esercito del Fiocco Rosso che cadevano uno dietro l’altro come birilli. Niente che preparasse a quello che stava per arrivare.

Conoscevamo già le regole non scritte di quel mondo. I protagonisti si fanno male, certo. Perdono qualche combattimento per imparare qualcosa, nel Torneo Tenkaichi succedeva spesso. Ma poi guariscono. I veri amici sono intoccabili. Era scritto in un libro immaginario che avevamo letto tutti senza che nessuno ce lo avesse dato.

E poi arriva la 22ª edizione del Torneo Tenkaichi.

Tensing vince la finale contro Goku, quello stesso Tensing che era entrato nella storia come nemico odioso, allenato con metodi che facevano schifo, e che durante quei combattimenti era diventato qualcos’altro: un rivale con dentro qualcosa di vero, quasi un amico seppur sul lato opposto del ring.

Il torneo finisce. Crilin torna negli spogliatoi a prendere il bastone di Goku che lo ha dimenticato. Non torna. Goku va a cercarlo.

Lo trova a terra, con un rivolo di sangue alla bocca.

Forse da te quel giorno c’era il sole. Forse pioveva. Ti ricordi l’odore di quello che aveva cucinato tua mamma? Ti ricordi cosa hai sentito nel momento esatto in cui la voce del narratore ha tolto ogni dubbio, non svenuto, non ferito, morto.

Ucciso.

Crilin che fino a trenta secondi prima era intoccabile per definizione, protetto da quella che un giorno avremmo ribattezzato Plot Armor?

Non era un personaggio di contorno conosciuto durante il viaggio. Era Crilin. Era uno di noi.

Io quel frame me lo ricordo ancora.

E per anni non mi sono chiesto perché. Era solo un cartone.

Noi di cartoni ne vedevamo tanti. Anime un po’ meno, anche se dagli anni ’70 avevano già colonizzato i pomeriggi televisivi italiani: Daitarn, Vultus 5, robot enormi che combattevano robot ancora più enormi.

Ma erano pochi i bambini che si muovevano con disinvoltura tra quei mondi. Ancora meno quelli che oltrepassavano il confine verso titoli come Sailor Moon o Memole, roba indirizzata alle ragazzine, apparentemente lontana anni luce dalle onde energetiche di Goku.

Io ero uno di quei pochi, perché adoravo i mostri e le battaglie delle guerriere Sailor contro gli eserciti del caos. Non me ne vergognavo allora e non me ne vergogno adesso.

Ma questo è il punto: eravamo bambini italiani degli anni ’90, e la nostra attenzione era contesa da due grandi tradizioni dell’animazione che non avrebbero potuto essere più diverse. Da un lato l’animazione giapponese: più matura, a tratti incomprensibile, con puntate trasmesse a caso grazie alla creatività editoriale taglia&cuci di Mediaset. Dall’altro quella occidentale: Hanna-Barbera con i suoi sfondi riciclati all’infinito, i supereroi animati, i film Disney.

E qui bisogna fermarsi un momento.

Perché non era una questione di budget. Non era nemmeno una questione di target. Era qualcosa di più profondo: un patto diverso che ciascuna delle due tradizioni stringeva con il proprio pubblico.

Il patto Disney era esplicito, quasi contrattuale: puoi stare tranquillo, andrà bene. Biancaneve rimane addormentata il tempo necessario, non un secondo di più. La Bestia viene pugnalata, spira, e nel tempo esatto in cui Belle pronuncia “io ti amo” risorge trasformato.

Le perdite esistono, ma sono temporanee. Il dolore è una tappa, non una destinazione (seppur con qualche caso eclatante, vero Bambi?).

L’animazione giapponese non faceva nessuna promessa. Non ti dava garanzie. E questa assenza di garanzie era, di per sé, il messaggio.

Ce ne siamo accorti tardi, alcuni di noi. Perché arrivava in modo obliquo, nascosto dentro storie che sembravano avventure. Remì che cercava la sua famiglia, i suoi cani fedeli, quella neve che scendeva e poi i lupi, e poi il silenzio di poveri cani che non sono più vivi. Niente resurrezioni. Niente salvatori dell’ultimo minuto. Solo la realtà di quello che era successo, e Remì che doveva continuare a camminare lo stesso.

Vi vedo che riemergono le sofferenze. Bene. Tenetele lì ancora un momento.

Perché quella sensazione, quel nodo allo stomaco che non si scioglieva da solo, non era solo dolore. Era qualcos’altro. Qualcosa che somigliava a un insegnamento, anche se nessuno di noi avrebbe usato quella parola in quei pomeriggi.

C’è un concetto giapponese che non ha una traduzione precisa in italiano, e forse è proprio per questo che funziona così bene.

Mono no aware. Letteralmente qualcosa come “la malinconia delle cose”, ma la traduzione non rende.

È l’idea che la bellezza esiste perché le cose finiscono. Che il fiore di ciliegio è così straordinario proprio perché dura una settimana. Che un tramonto vale esattamente quanto dura, né un secondo di più.

Non è nichilismo, ma quasi il contrario.

Mentre la narrativa occidentale, almeno quella che ci veniva propinata da bambini, tendeva a proteggere, a risolvere, a promettere che il dolore aveva sempre una via d’uscita, la tradizione giapponese faceva qualcosa di diverso: ti metteva dentro il dolore e ti insegnava a starci. Non a superarlo.

A starci.

La morte di Crilin in Dragon Ball non era lì per togliere di mezzo un personaggio e introdurre la nuova minaccia o almeno, non solo. C’era una struttura emotiva precisa sotto quella scena. Crilin aveva appena vissuto il suo momento più grande: aveva rivaleggiato nel torneo con il suo migliore amico, quasi alla pari, quasi vincendo. Aveva avuto il suo arco. E poi, improvvisamente, se ne va.

Nessuno risolve quel dolore per te. Non arriva nessuno a dirti che andrà bene. Il protagonista, e tu con lui, impara qualcosa che non si insegna a scuola: che si può convivere con una perdita senza che quella perdita ti distrugga. Che il dolore si attraversa, non si aggira.

Gundam lo diceva in modo ancora più brutale, con quella visione della guerra come tragedia sistemica dove i buoni muoiono per dinamiche più grandi di loro, non per colpa, non per sacrificio eroico, ma perché il mondo è fatto così e nessuno fa sconti.

Evangelion lo portava all’estremo opposto: la perdita senza giustificazione narrativa, senza senso apparente, le madri che abbandonano i figli e il mondo che finisce per circostanze che nessuno ha davvero scelto. Succede e basta.

Il caso più puro di tutto questo, però, è Una tomba per le lucciole.

È una storia dove sai dall’inizio come va a finire. Il narratore te lo dice subito, senza remore eppure te la guardi lo stesso. E piangi, piangi molto. E quando finisce non ti senti devastato come ti aspettavi.

Ti senti, stranamente, più integro. Più profondo.

Questo è mono no aware in azione.

Non una lezione e neanche un messaggio esplicito.

Ma una struttura emotiva che entra dentro di te mentre credi di guardare un cartone animato il pomeriggio seduto sul divano con la merenda, e ti cambia qualcosa, così piano che non te ne accorgi sul momento.

Ce ne accorgiamo solo adesso, forse.

Oggi siamo cresciuti. Molti di noi hanno figli quasi pronti a sedersi davanti a uno schermo nel pomeriggio, aspettando qualcosa (che a differenza nostra, sappiamo forse non arriverà).

E quella stessa generazione che ha fatto le mani a coppa per lanciare l’onda energetica con Goku, o ha donato la propria energia sferica contro Majin Bu, oggi si ritrova a fare rewatch di Breaking Bad sapendo già come va a finire, a giocare The Last of Us con quella consapevolezza silenziosa su cosa succederà nel finale. A guardare Vinland Saga, un anime moderno, anche strutturalmente, e sentirsi stranamente a casa.

A casa in modi che chi non ha avuto quella formazione visiva non riesce del tutto a spiegare.

Non è nostalgia, o almeno non è solo quello. È qualcosa di più preciso: quella generazione ha sviluppato una relazione particolare con le storie difficili. Con i finali agrodolci. Con i personaggi moralmente complicati che non si lasciano ridurre a buoni o cattivi. Li cerca, quei racconti. Li riconosce come propri.

Le generazioni cresciute dopo di noi hanno avuto qualcosa di diverso: narrazioni costruite per non disturbare mai, per non perdere mai lo spettatore, per offrire sempre una via d’uscita emotiva prima che il dolore diventi troppo reale. Non è una colpa, è il risultato di sistemi progettati per massimizzare l’attenzione e minimizzare il disagio. Ma quando le storie smettono di fare paura, smettono anche di lasciare qualcosa.

E alla fine rimane cosa?

Rimane quell’immagine. Goku che cerca di sollevare Crilin da terra e si rende conto che ha gli occhi sbarrati e il sangue che cola dalla bocca. Il Me bambino se la ricordava senza capirla del tutto. Il Me adulto la guarda e la capisce fin troppo bene.

Toriyama poi ha sfruttato la resurrezione all’ennesima potenza, lo sappiamo tutti. Ma quella prima morte, così improvvisa e gratuita, aveva già fatto il suo lavoro. Come i cani di Remì. Come Riki in Rocky Joe. Come Rei in Kenshiro. Come il maggiore Hughes in Fullmetal Alchemist, anni dopo, che arriva come un pugno nello stomaco anche se nel frattempo avevi visto di tutto.

Tutti questi momenti hanno avuto un ruolo educativo che nessun genitore aveva pianificato e nessun insegnante aveva messo in programma.

Non ti hanno regalato una piccola lezione. Ti hanno dato qualcosa di più difficile da nominare: la capacità di stare dentro la perdita, quella vera, quella che arriva nella vita adulta senza scappare e senza impazzire di dolore. Di attraversare un momento devastante e poi ricominciare a vivere la giornata. Non perché il dolore sia passato. Perché hai imparato, da qualche parte profonda, che si può sopravvivergli.

Lo capisci solo adesso, guardando indietro.

Quelle storie non ti proteggevano. Ti preparavano.

E il dolore non è mai stato la fine di una storia.

È sempre stata la sua evoluzione.

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Manuel Piubello

Autore, sceneggiatore, Full Stack Marketer