Il Segreto di una Famiglia – la recensione La Quietud di Pablo Trapero esce nelle sale italiane il prossimo 4 Luglio con il titolo di “Il segreto di una famiglia”, dopo essere stato presentato fuori concorso all’ultimo Festival del Cinema di Venezia. Protagoniste le carismatiche: Berenice Bejo, Martina Gusman e Graciela Borges.

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Negli ultimi anni siamo stati abituati bene dal cinema di origine sudamericana e buona parte dei film che hanno contribuito a questa ottima tendenza sono “made in Argentina”. Oscar e prestigiosi Festival Internazionali hanno portato alla ribalta piccole grandi storie, che ci hanno fatto emozionare e riflettere. Tra gli autori più rappresentativi: Gastón Duprat (Il cittadino illustre e Il mio capolavoro), Juan José Campanella (Il segreto dei suoi occhi) e Damián Szifrón (Storie pazzesche). Altro regista di valore è Pablo Trapero, molto legato alla storia della sua terra e profondamente affezionato all’Italia e al Festival del Cinema di Venezia. Quest’anno ha presentato “Fuori concorsoLa Quietud, che esce ora nelle nostre sale con il titolo Il segreto di una famiglia. Nel 2015 si portò a casa il Leone d’Argento per la miglior regia con El Clan. Adesso come allora descrive il passato oscuro dell’Argentina. Aspetti politico/sociali problematici e fallimentari. Ma rispetto al film del 2015, più drammatico, con Il segreto di una famiglia ci propone una sorta di dramedy, con qualche lieve incursione nel thriller. Ci sono intrighi famigliari se vogliamo anche leggeri, che evolvono poi in dramma, ma senza essere estremamente grevi. Il film è apprezzabile anche se vengono trattate al suo interno forse troppe tematiche, rendendolo così un po’ sfilacciato. Il risultato è un’opera strana che strizza l’occhio al film Tv (per intenderci sembra in parte uno sceneggiato anni 80’), per poi addentrarsi nei meandri foschi delle misteriose scomparse in terra Argentina. Meno immorale de El Clan.

Il segreto di una famiglia racconta la storia di una madre e due sorelle che si ritrovano dopo tanto tempo nella tenuta di famiglia, chiamata per l’appunto La Quietud. Che sotto sotto non è proprio un luogo di pace e serenità. Siamo nell’Argentina dei tempi nostri ed esattamente nei dintorni non caotici di Buenos Aires. La reunion non è per passare del tempo insieme in tranquillità, ma perché il padre ha avuto un ictus ed è in procinto di morire. Sono passati ormai 15 anni da quando Eugenia (Bérénice Bejo) e Mia (Martina Gusmán) hanno avuto il loro ultimo incontro. E questo è il momento “maturo” per guardarsi negli occhi e capire che in realtà sono molto più simili di quello che pensano (anche nell’aspetto fisico). Il confronto avviene sotto gli occhi della madre Esmeralda (Graciela Borges). Personaggio oscuro, che è rimasto tale per molti anni, nascondendo alle figlie una scomoda verità. Figlie che ora non se le mandano più a dire: la rivalità e l’invidia rendono la situazione all’interno della fazenda rovente. I segreti vengono svelati e anche il passato della famiglia fuoriesce prepotentemente.

Trapero dirige e con Alberto Rojas Apel scrive lo script. Il segreto di una famiglia è un film al femminile, in tutti i sensi: vedere per credere. Pedro Almodovar apprezzerebbe di buon gusto. La cinematografia è colma di opere su famiglie disfunzionali. Tra le recenti produzioni si segnala, sempre aggirandoci in un universo non maschile, I segreti di Osage County. Due fantastiche interpreti: Meryl Streep (madre) e Julia Roberts (figlia) se le danno di santa ragione in questo film amaro, severo e dallo stampo prettamente teatrale. E cupo come quest’ultimo non possiamo non citare Segreti di Famiglia con Isabelle Huppert: dove una madre anche dopo la sua dipartita, influenza negativamente ed irrimediabilmente le vite dei componenti della sua famiglia, con segreti mai sviscerati.

Anche se con imperfezioni il risultato che ottiene Pablo Trapero non può essere criticato aspramente. Navigando nelle proprie acque e utilizzando sempre lo stesso modus operandi, da esperto cineasta, più di tanto non può sbagliare. Gli errori più vistosi sono quelli che riguardano l’accumulo di cose da dire. Sono veramente tante all’interno della sceneggiatura e la regia, ragionevolmente, non sta al passo. Con tante frecce da scagliare contemporaneamente (vita privata, pubblica, segreta, per finire con un climax di denuncia) è comprensibile che qualcuna di queste non vada a segno. Positiva è la lontananza dai cliché. Le vigorose donne che tengono le redini di questo universo sono modellate in una veste singolare, così da risultare più genuine, carnali e focose, e cosa non trascurabile con qualcosa da dire. Personaggi corroborati dalle sentite e vitali performance delle tre protagoniste: Berenice Bejo, Martina Gusman e Graciela Borges danno veramente il meglio.

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2.9