Il GGG – Steven Spielberg colpisce ancora, e colpisce a fondo – Project Nerd Original

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Ieri sera sono uscito dal cinema e ripensavo al dialogo che ho avuto con mia madre un paio di settimane fa.

Premetto che lei va al cinema generalmente una volta all’anno, la sera del 31 dicembre. L’anno scorso: Il ponte delle spie. Facile, Tom Hanks è il suo attore preferito. Quest’anno? Lion. In ogni caso lo scambio è andato più o meno così:

Perchè non vai a vedere Il GGG?”

“Cos’è?”

“Il Grande Gigante Gentile”

“Ma non è per bambini?”

“Forse sì. Però è di Spielberg dai…” (l’ho buttatta sull’autorialità, pensando che funzionasse)

“Mannò. Ha già scelto lo zio”.

Ora, Lion è piaciuto tantissimo. A mio padre, a mia madre e anche allo zio. Lion non c’entra in realtà, va benissimo, sono convinto che sia un ottimo film. E comunque non importa. Importa solo che ieri sera, al cinema, ho pensato che avrei dovuto spingere e cercare di convincerla. O di convincere lo zio. Perchè Il GGG ha dalla sua tutto il potere della visione e della magia del cinema. Qualcosa con cui non si scende a patti, a cui non si deve rinunciare per un vincolo d’età.

Forse è stato visto dalla maggior parte del pubblico come l’ha visto mia madre, ed è giusto che sia così. Il GGG è un film che farei vedere prima di tutto a un bambino. Perchè caleidoscopico e poetico com’è basterebbe perchè il pargolo si innamori del cinema, anche inconsciamente. Ma non merita di essere ricordato come un flop al botteghino. O almeno, la sua (s)fortuna monetaria non deve essere posta come metro di giudizio.

Questa storia per bambini tratta dal romanzo omonimo di Roald Dahl e narrata magnificamente dall’ormai non più re Mida di Hollywood Steven Spielberg mi ha ricordato i temi e le emozioni di un altro suo capolavoro, il non proprio misconosciuto ET. Impossibile non emozionarsi per il rapporto tra la piccola Sophie (la meravigliosa Ruby Barnhill) e GGG (Mark Rylance, già visto ne Il ponte delle spie), ridere per il caotico linguaggio dei giganti e il contrasto con ufficialità dei cerimoniali alla corte d’Inghilterra, meravigliarsi degli effetti speciali e le idee visive (il villaggio dei giganti, la sorprendente rappresentazione dei sogni).

Emozioni così forti oggi al cinema sono rare e andrebbero preservate. In un epoca in cui ad andare per la maggiore è la standardizzazione Hollywoodiana e la ricerca spasmodica della copia criogenizzata e riprodotta all’infinito, Spielberg mi ha reso orgoglioso della sua abilità creativa e capacità di reinventarsi. E orgoglioso anche di un’arte capace di creare la stessa empatia e meraviglia dei suoi esordi, quando Chaplin il vagabondo provocava risate e applausi inseguendo Il monello e la fantascienza era solo un proiettile sparato nell’occhio della luna.

 

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