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Beirut: la recensione del film Disponibile da venerdì 15 giugno su Netflix il thriller politico con Rosamund Pike e John Hamm

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Beirut, lo spy-thriller firmato Tony Gilroy, già autore della quadrilogia di Jason Bourne, arriva in Italia come film Originale Netflix, mentre all’estero era stato distribuito al cinema. La piattaforma digitale si è assicurata l’esclusiva nel nostro paese e lo trasmetterà a partire dal 15 giugno. Diretto da Brad Anderson, ha tra gli interpreti principali Rosamund Pike e John Hamm, il Don Draper di Mad Man.

Ambientato, come è facile intuire, nella capitale del Libano,  inizialmente al principio degli anni ’70, ci immerge fin da subito nell’atmosfera di una nazione scossa da forti agitazioni, per quanto apparentemente ancora gestibile. Mason Skiles (John Hamm), un diplomatico americano di vedute progressiste, abita con la moglie in una grande e lussuosa villa, dove ha accolto anche un tredicenne del posto, Karim. Nel bel mezzo di un ricevimento, la doccia fredda: il ragazzo deve essere interrogato dalla CIA per i presunti legami del fratello con un gruppo di terroristi. Mason, forte della sua amicizia con l’agente incaricato di risolvere il problema, Cal (Mark Pellegrino, il Lucifer di Supernatural), tenta di far ragionare gli esponenti dell’Agenzia: si tratta solo di un ragazzino, in fondo.

Ma, in quel preciso istante, tutto cambia: la sua vita, la sua famiglia, le sue certezze crollano, come i tetti della sua casa sotto i colpi degli attacchi nemici. Il “ragazzino” viene prelevato dal fratello e dai suoi scagnozzi armati, mentre lui resta accasciato per terra a piangere sul corpo della moglie morta.

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Beirut: John Hamm in un intenso primo piano

Salto temporale: siamo 10 anni più tardi, nel New England. Mason è la pallida ombra dell’affascinante diplomatico che avevamo incontrato: alcolizzato, alla deriva, vive in motel e dorme spesso in auto. Anche il suo socio lo abbandona, suo malgrado. Inaspettatamente, però, il Medio Oriente – o meglio, la CIA – lo richiamano in quel di Beirut. Siamo ormai all’inizio degli anni ’80 e la città, come Mason, è molto meno dell’ombra di se stessa: un ammasso spettrale di detriti, di macerie, di residui di un passato devastato, che mostra senza nasconderle le sue ferite aperte. Gruppi armati in ogni angolo, piccoli focolai, sbarramenti oltre i quali non è possibile passare all’interno della stessa città. Niente è mantenuto dell’aspetto florido e solare di un tempo, nemmeno la fotografia, che vira dai toni ocra dei primi fotogrammi a colori più spenti ed opachi.

Nel gruppo che lo ha riportato là, dove aveva giurato di mai più tornare, ci sono una serie di operativi dell’Agenzia, il suo vecchio amico ambasciatore e una agente sotto-copertura che finge d’occuparsi delle relazioni culturali dell’ambasciata, Sandy (Rosamund Pike). Gradatamente emerge il vero motivo per cui Mason è lì: il suo ex-collega e intimo amico Cal è stato rapito ed è stata espressamente richiesta dai terroristi la sua presenza in qualità di negoziatore. Come tessere di un complicato mosaico che piano piano si ricompongono, si scoprono le ragioni per cui è stato scelto lui a condurre la trattativa: il capo dei rapitori è quel Karim, da lui accolto anni prima, che già una volta aveva completamente cambiato la sua vita.

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Beirut: una scena del ritorno in Libano di Mason

Seguono diversi colpi di scena, da classico intrigo politico-internazionale, con la solita dose di agenti corrotti da un lato e dall’altro, un po’ d’azione e la notevole presenza scenica di John Hamm e Rosamund Pike, entrambi assolutamente in parte. Ancora una volta la comparsa del ragazzo cambierà l’esistenza di Mason, forse permettendogli di ricucire quelle ferite lasciate aperte dieci anni prima.

La controversia sugli stereotipi del Medio-Oriente

In America è scoppiata la polemica nei confronti di Beirut, in parte perché l’intero film è stato in realtà girato in Marocco e non nel Libano, in parte perché è stato obiettato che nessuno attore fosse originario del posto, che l’accento fosse sbagliato, che le musiche non c’entrassero nulla. In pratica si lamentava il fatto che si trattasse una volta di più di una ricostruzione arbitraria del Medio Oriente, nutrita di mille stereotipi, farcita dei pregiudizi tipici di occidentali e americani, senza nessun reale approfondimento o tentativo di ricercare un qualche accenno di verosimiglianza.

In effetti non è il documento storico quello che si ricerca in Beirut. Né l’eccessivo scavo psicologico del personaggio. L’azione e lo stile ricordano da vicino prodotti come Homeland, non a caso nello stesso occhio del mirino perché colpevole degli stessi peccati. Per quanto sicuramente si debba ammettere che la visione che ne esce fuori non è delle più lusinghiere, e che certamente possa condurre ad una associazione semplicistica e fuorviante tra “i cattivi” e i rappresentanti del popolo arabo, bisogna anche contestualizzare l’ambito e il genere filmico di cui si sta trattando.

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Beirut: Rosamund Pike in una scena clou

I film di azione a sfondo spionistico, infatti, non si sono mai distinti né per essere particolarmente propensi all’accuratezza nello studio del personaggio né per essere particolarmente attenti a rispettarne l’attendibilità storica. Ciò di cui si accusa Beirut fa propriamente parte delle caratteristiche del genere, dove il “nemico” – che sia un russo, un medio-orientale, un esponente di un’altra agenzia segreta – è comunque tout court e quasi fumettisticamente “il cattivo”, dove lo sfondo è, appunto, sfondo, giusto abbozzato per dare quel tocco di colore e di realismo, senza aspirare ad andare più a fondo di così. Dove gli intrighi sono sempre da ambo i lati e, se volessimo stare a vedere, dove pure gli americani non è che escano fuori raffigurati alla grande, con la costante corruzione tra le loro fila, con la perenne lotta intestina tra le varie branche dei loro servizi, con gli inevitabili accordi sottobanco tra qualche alta sfera e un emissario di una potenza straniera, possibilmente ostile.

Dar credito alle critiche significherebbe prendere per più serio e diverso da quello che è questo film, che, per quanto ambientato in un conflitto reale, è pur sempre scritto dall’autore delle spy-story fantapolitiche della saga di Jason Bourne, certo non un esempio eclatante di fedeltà neo-realistica.

Bilancio finale di Beirut

John Hamm – da buon ex e per sempre Draper – dimostra una volta di più quanto gli si addica un certo vintage, risultando perfettamente credibile con i basettoni anni ’70 e poi fin troppo contemporaneo quando dovrebbe impersonare un quarantenne dell’epoca reaganiana. La sua performance è solida, pur se, come nel personaggio che lo ha reso celebre, i suoi drammi interiori rimangono accennati e in superficie. Rosamund Pike fa per un terzo di film da suo contraltare, nel classico ruolo di contorno da attrice pre-#metoo, non particolarmente gratificante né rilevante, ma pur sempre ben recitato.

L’azione e i colpi di scena, per quanto non sconvolgenti, garantiscono comunque una buona visione casalinga, per un film piacevole con, a tratti, qualche guizzo di qualità in più. Bella fotografia.

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  • Trama
  • Scenografia
  • Fotografia
  • Colonna Sonora
  • Recitazione
2.8

Ginevra Van DeFlor

Autrice di “BACK TO SCHOOL L’insostenibile pesantezza dell’essere Genitori-di-Allievi”, libro umoristico sulle disavventure quotidiane che tormentano papà e mamme di bambini in età scolare, vive attualmente a Parigi con la sua famiglia. Amante del cinema, frequenta regolarmente le sale sia con i figli sia con le amiche, il compagno o da sola, e collabora con diversi siti scrivendo, tra le altre cose, recensioni dei film visti, spesso in anticipo rispetto alle uscite in Italia. Soffre di un'acuta forma di binge-watching di serie tv, in particolare genere sci-fi, sovrannaturale, ma anche period dramas, qualche chick-flick tv shows, crime shows, insomma, chi più ne ha più ne metta. Divoratrice di libri (ultimamente anche molti per l'infanzia, per ovvie ragioni), appassionata di arte, teatro e viaggi, vive in perenne lotta contro il tempo. E di solito vince il tempo.