I morti non muoiono: la recensione del primo film in concorso a Cannes 2019 La rassegna apre ufficialmente la settantaduesima edizione con un horror atipico, che rischia di macchiare la capacità di giudizio dei selezionatori.

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Il Festival di Cannes 2019 ha ufficialmente iniziato la sua competizione, presentando in concorso I morti non muoiono, l’horror di Jim Jarmush con Adam Driver, Bill Murray, Tilda Swinton e Steve Buscemi che, in quelle che forse erano le intenzioni degli organizzatori, avrebbe dovuto far partire la competizione col botto, presentando un film atipico per la gara, ricco di un cast internazionale. Tra i film in gara, I morti non muoiono si palesa come il meno papabile per una futura vittoria tra le varie categorie, nonostante sia stato confermato come il primo film a partecipare ufficialmente al Festival.

Complice il genere, al di fuori dai canoni tradizionali a cui Cannes ha abituato i suoi giudici e le sue selezioni, complice una struttura che si tiene in piedi grazie al contributo dei soli attori, ma che inciampa proprio come uno zombie nei passaggi di sceneggiatura, I morti non muoiono è un film che nel complesso risulta annebbiato, autocitazionista e una celebrazione del cinema di serie b – in questo caso pesantemente truccato da film d’essai – che incespica nel peggior errore che si potrebbe commettere in questi casi: far passare un film divertente e senza pretese per una produzione d’autore in un festival che premia capolavori come Dogman, e non blockbuster come Pirati dei Caraibi.

I morti non muoiono ha pochi punti a favore stabili

i morti non muoiono projectnerd.it

Il film, quando non si sforza di essere un prodotto d’autore alla ricerca di qualcosa al di là della sua portata, potrebbe anche sembrare un prodotto piacevole. Adam Driver e Steve Buscemi tra tutti sono dei portatori di luce carichi di carisma, che sebbene vengano dosati nel loro impiego, sanno dare a I morti non muoiono una marcia in più. Il cast e la regia si amalgamano alla perfezione, essendo entrambe di provenienza virtuosistica, e nelle scene in cui la tensione deve culminare col raccapriccio e il grottesco, entrambi gli ingredienti sanno svolgere appieno la loro mansione. Tilda Swinton in particolare – vincolata come sempre all’interpretazione del personaggio meno usuale – dona a I morti non muoiono quel tocco di trash raffinato che spesso e volentieri concede al film dei momenti di ottimo livello, nonostante questo pregio si debba poi diluire al resto della sceneggiatura, in quello che è l’epilogo riservato al personaggio.

Jim Jarmush stesso regala spesso e volentieri delle piccole perle di regia, che coinvolgono attivamente lo spettatore nella visione, curando impeccabilmente una direzione tradizionale tipica del genere e degna della sua fama, ma è la sceneggiatura a non permettergli di andare oltre un seminato che, con tutta probabilità, è volutamente e indubbiamente boriosa. Per quanto riguarda la parte horror del film, gli zombie sono la vera forza del film. Compreso Iggy Pop, ognuno di questi esseri inumani viene dipinto con delle caratteristiche individuali che divertono sinceramente, arrivando a criticare perfino il consumismo con dei momenti di comicità che si trasforma in pura satira di alto livello. Non è un caso, infatti, se un branco di zombie si ritrovi a girovagare per la città col cellulare in mano, alla ricerca di una rete wi-fi.

I punti a sfavore invece quasi demoliscono la credibilità del film

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Ogni difetto de I morti non muoiono risiedono esclusivamente nella sceneggiatura, firmata dallo stesso Jarmush. Si tratta di un’apocalisse zombie, quindi non ci si può aspettare altro che una vera e propria invasione di creature, ma quel che avviene durante il film è un processo narrativo che fin troppe volte mischia il sofisticato al ridondante, per non dire inappropriato. Gli attori discutono tra di loro in maniera metacinematografica, litigando per le scelte di regia e arrivando perfino a riflettere sulla sceneggiatura stessa, come se i personaggi e gli attori fossero al di sopra della narrazione, sebbene siano costretti a patirla, elevando – forse – Jarmush alla mente maligna che gioca a fare il divino. Perfino la provenienza disneyana di Driver viene citata in maniera ridondante con continui riferimenti a Star Wars, arrivando a far preoccupare lo spettatore che da un momento all’altro possa spuntare una spada laser.

Se quindi da una parte I morti non muoiono potrebbe funzionare come piccolo esperimento senza pretese, nel quale siano confluiti alcuni dei migliori attori degli ultimi tempi per puro gusto ludico, dall’altra è un prodotto la cui presenza nella competizione ufficiale fa quasi titubare su quale potrebbe essere l’orientamento che Cannes sta prendendo da qualche edizione a questa parte, aprendo ufficialmente la settantaduesima edizione con un film in concorso che ha fatto divertire, sorridere e a volte quasi riflettere, ma che a fine proiezione ha fatto piombare la sala in un silenzio di disappunto palpabile quanto il senso dell’umorismo di Bill Murray. Gli attori e la regia de I morti non muoiono, si può dire che ci siano, le serie intenzioni di Cannes, invece vien da chiederselo.

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Francesco Paolo Lepore

Francesco Paolo Lepore

Redattore presso PJN e CinemaTown, laureato in Nuove Tecnologie dell'Arte, studente di Social Media Marketing. Il cinema è una costante della sua vita. Ha scritto e diretto diversi progetti per le università e il territorio. Amante dei mass media, ne studia minuziosamente i meccanismi utili alla comunicazione emozionale. Scrive da sempre, osserva da sempre, ricorda tutto da sempre.