1917: La Recensione E’ una corsa contro il tempo, ambientata durante la Grande Guerra, il nuovo film di Sam Mendes: regista premio Oscar per American Beauty e autore di film prestigiosi come Era mio Padre e Revolutionary Road.

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Nell’epoca dei social, dove con un semplice smartphone si può postare un momento della propria vita in diretta, Sam Mendes veicola il proprio messaggio contro ogni tipo di guerra usando lo stesso linguaggio che giornalmente usano miliardi di persone. Però non per semplice svago o moda, la sua è un’immersione nella realtà attraverso la modernità. Virtuosismo registico al servizio di un passato da non dimenticare. Il suo 1917 è un’opera estremamente vivida e concreta, che attinge dal contemporaneo per raccontarci le gesta coraggiose di due caporali pronti a morire per salvare 1600 compagni in pieno territorio nemico durante la Prima guerra mondiale. Candidato a 10 premi Oscar, il film del regista britannico si è già portato a casa 2 Golden Globe nelle categorie più prestigiose: Miglior Film drammatico dell’anno e Miglior Regia.
Mendes aveva il progetto in cascina da molto tempo, dato che proprio il nonno Alfred Hubert aveva combattuto nella Grande Guerra nelle fila della 1st Rifle Brigade. Il film è dichiaratamente un omaggio al suo antenato, portatore di messaggi salvifici da un campo di battaglia all’altro. Seppur scarna, ma compatta, la sceneggiatura è stata scritta dallo stesso Mendes con l’aiuto della scrittrice scozzese Krysty Wilson-Cairns (Penny Dreadful).

Francia, 6 aprile 1917. Siamo nel pieno della Prima guerra mondiale. Due soldati vengono chiamati a rapporto dal Generale Erinmore (Colin Firth), che comanda una serie di trincee con bandiera del Regno Unito. L’arduo compito, che spetta ai due giovani, sarà quello di avvertire il Colonnello Mackenzie (Benedict Cumberbatch) che l’armata tedesca sta preparando un’imboscata letale al battaglione britannico nei pressi della città di Écouste. Schofield (George MacKay offre un’ottima prova attoriale: fisica, vedi il Leonardo Di Caprio di Revenant) e Blake (Dean-Charles Chapman) hanno il destino di 1600 compagni sulle spalle, visto che l’unica soluzione è consegnare il dispaccio a mano e il tempo gli è nemico. Le linee telefoniche sono state tagliate dalla Deusches Heer tedesca, che dopo molte sconfitte questa volta è sicura di sorprendere le forze britanniche. I due caporali sono molto amici e Schofield sa benissimo che nel battaglione in pericolo di attacco c’è il fratello di Blake: il Tenente Joseph (Richard Madden). Inizia così una missione complicata in territorio ostile, colma di imprevisti e di morte: acquitrini, bunker e bombardamenti sono pronti a sorprendere i nostri eroi quando meno se lo aspettano. La telecamera del regista è perennemente attaccata ai due soldati, i quali forniscono l’unico “intenso” punto vista di tutta la sanguinosa e coraggiosa vicenda.

Impressiona la regia di Mendes: un piano sequenza unico, una linea diretta con la realtà. Poi indubbiamente qualche taglio in digitale sarà stato fatto come per il Birdman di Alejandro González Iñárritu, ma il risultato è incredibile. Lo spettatore non sa veramente come finirà, ansia presente in tutto l’arco della pellicola. Un film asciutto, ma mordace. Perpetua tensione drammatica. Non c’è tempo per pensare alla morte, per fermarsi a riflettere, arrabbiarsi, piangere, bisogna solo arrivare all’obiettivo.
Il paragone sembra fuori luogo, ma ad un certo punto sembra di vedere Frodo e Sam del Signore degli anelli davanti alla vastità di Mordor, non sicuri del risultato e di portare a casa la vita. Qui è strettissimo il legame tra il film di Peter Jackson e quello di Sam Mendes.
1917 può sembrare avido di emozioni, ma giorni dopo la visione è ancora lì presente e non ti molla. L’unico momento in cui si sospende la realtà è durante la notte, chiaramente troppo corta. Ma in questa troviamo uno spettacolo unico e strabiliante offerto dall’espressionistica fotografia del 14 volte candidato agli Oscar Roger Deakins (Blade Runner 2049). Il regista inglese dimostra tutta la sua maestria con la macchina da presa anche nella scena dell’arrivo di William nel battaglione tanto cercato. Una ripresa circolare condita da una canzone di un commilitone racchiude gli stati d’animo del gruppo e tutti i dolori procurati dalla guerra. Loro sono seduti in un riposo ristoratore e William, in chiusura del movimento della telecamera, è con lo sguardo assente e pieno di terrore.
Se proprio dobbiamo scovare qualcosa di ricattatorio lo troviamo nella sequenza della donna francese con il bambino: momento decisamente forzato.
Da sottolineare il minor uso di violenza rispetto a molti altri film di guerra degli ultimi 30 anni. Basti ricordare l’impatto visivo dello sbarco in Normandia del Salvate il soldato Ryan di Spielberg, dove la brutalità la fa da padrone.

Quest’ultima osservazione ci fa ricordare quanto sia stata più gettonata e di conseguenza maggiormente messa in scena al cinema la Seconda guerra mondiale rispetto alla Prima. Mendes ha voluto omaggiare quest’ultima, come avevano fatto in passato, giusto per citare due mostri sacri del cinema: Kubrick con Orizzonti di gloria (1957), anche qui troviamo un memorabile piano sequenza tra le trincee francesi, e Mario Monicelli con La grande guerra (1959) in un indimenticabile mix di eroismo e codardia.
Recentemente un film con un unico piano sequenza mozzafiato di 72 minuti è stato realizzato dal regista norvegese Erik Poppe. Il suo Utoya 22 July, che racconta i fatti di una strage di ragazzi in un campo estivo, è la pellicola che si avvicina maggiormente a 1917. E per la gestione della sceneggiatura non possiamo non trovare affinità con la poetica nolaniana, sempre improntata sull’analisi del tempo (Dunkirk per capirci).

Chissà se l’Academy, sempre sensibile a queste storie di guerra e politicamente corretta, assegnerà il Miglior Film dell’anno a 1917. Manca davvero poco alla Notte delle Stelle in programma il prossimo 9 Febbraio. Un altro premio che sarebbe meritato è per la colonna sonora di Thomas Newman (Skyfall), non proprio protagonista, ma il suo accompagnamento è perfetto e profondo.