Ad Astra – La Recensione Brad Pitt tra gli astri alla ricerca del padre scomparso vicino a Nettuno. Un viaggio ispirato ai capolavori: Cuore di Tenebra di Joseph Conrad e Apocalypse Now di Francis Ford Coppola.

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Chi conosce la cinematografia di James Gray sa molto bene che Ad Astra non sarà il solito film di fantascienza: colmo di alieni feroci che minacciano la terra o di navicelle spaziali in lotta per il dominio dell’universo. Potremmo andare avanti all’infinito con i cliché del mondo sci-fi, ma ci limitiamo a questi esempi per introdurre il nuovo lavoro del regista di Civiltà perduta (2016). E forse il regista americano non è mai uscito proprio dal set di Civiltà perduta. Si perché Ad Astra sembra essere il seguito di quel viaggio nel cuore della foresta. Il prolungarsi di un’ossessione, che ora arriva fino ai limiti dell’universo conosciuto. Piccola nota di legame tra i due film è anche la presenza di Brad Pitt, che avrebbe dovuto interpretare il ruolo del protagonista Charlie Hunnam proprio in Civiltà perduta. Ad Astra esce nelle nostre sale con qualche mese di ritardo. Previsto per Maggio 2019, l’uscita è stata posticipata per motivi commerciali e perché Gray ha voluto minuziosamente perfezionare gli effetti speciali, risultati alla vista soddisfacenti. Uscirà anche in formato Imax e sarà appunto un piacere per gli occhi, visto che, poi ci addentreremo bene, non è del tutto riuscito dal punto di vista drammaturgico e registico.

Anno domini 2120. Il genere umano ha colonizzato la Luna. L’astronauta Roy McBride (Brad Pitt) è capo del progetto ricevimento messaggi alieni. Questo avviene tramite un’antenna altissima, che arriva fino ai limiti dell’atmosfera. Durante una manutenzione di routine, un prorompente sbalzo energetico scaraventa Roy giù dalla scala e senza poca difficoltà riesce a salvarsi. Questo verificarsi di alterazioni di energia sul nostro pianeta mette in pericolo la popolazione, visto che non è la prima volta che accade. Le più alte cariche di stato americane suppongono che questi eventi siano correlati con il datato progetto Lima, che vedeva a capo proprio il padre di Roy, il capitano Clifford McBride (Tommy Lee Jones). Programma che come obiettivo aveva il raggiungimento del pianeta Nettuno alla ricerca di vita aliena. Sono passati 16 anni da quando non si hanno più notizie del capitano e del suo equipaggio. Ora Roy deve spingersi fino ai limiti della galassia per capire se i problemi sulla terra dipendono dal fallito progetto Lima. Passando dalla Luna si imbarca in un viaggio che lo porta verso verità: il padre Clifford è ancora vivo o disperso nel nulla? Cammino obbligato e tormentato, in quanto dell’essenza del padre Roy ha sofferto enormemente. Non è in grado di comunicare e di aprirsi verso il prossimo, lasciando solo le briciole nei suoi rapporti umani, compreso quello con la compagna Eve (Liv Tyler).

In concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 76, il film diretto da James Gray e scritto assieme a Ethan Gross, era tra i papabili favoriti. Uscito a bocca asciutta dal Festival della laguna ora punta a conquistare il pubblico in sala, visto anche il grande giovamento d’immagine riconducibile al bel Brad Pitt.
Il commercio è una cosa, la qualità è sicuramente qualcosa di non troppo affine a quest’opera esistenzialista, che arranca e trova solo nella spettacolarizzazione i suoi punti di forza.

Brad Pitt è nella parte. Gli attori comprimari: Tommy Lee Jones, Liv Tyler, Donald Sutherland e Ruth Negga fanno poco o nulla e lasciano il buon Brad solo con le proprie lacerazioni, in un film che diventa uno standalone per l’attore americano.
Lo script è scarno e le emozioni sono latitanti. Si possono scorgere chiaramente influenze malickiane e anche legami con 2001: Odissea nello Spazio, in aggiunta a quello scritto sopra nella presentazione del film. Ci si affida ad una voce narrante ingombrante e ripetitiva. La regia di Gray cerca solo la forma e si concentra sulla forza delle immagini tralasciando completamente l’avventura, che anche solo un pizzico non avrebbe guastato. Ossessionato da qualcosa che risulta solo estetico e che non porta mai ad una concretizzazione. Il protagonista Roy raggiunge la sua umanità, ripudiando finalmente quell’alienamento che lo attanagliava da sempre, ma nel raggiungerla lo spettatore inciampa troppe volte nella narrazione: tediosa, impalpabile e sofferente di epicità. Il registro del film non ha mai mutazioni, è sempre solamente introspettivo.

Ad Astra è un insieme di generi che non riesce a far breccia. Cerca una sua realtà, ma non la trova appieno.
La fantascienza e il viaggio nello spazio sono solo un pretesto per raccontare un rapporto padre/figlio, l’elaborazione del lutto, la strumentalizzazione della natura (vedi scena con lo scimpanzé) e l’avidità del genere umano impersonificata nel capitano Clifford McBride. E Gray, infine, è anche un filo ricattatorio.

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