Jo Jo Rabbit: la recensione Semplicemente una piccola grande perla. Non lasciatevelo sfuggire.

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Sono andata a vedere questo film con le peggiori aspettative possibili.

— Ho trovato Thor: Ragnarock un film terribile sotto quasi ogni punto di vista. Una roba degna dei peggiori Vanzina. Tant’è che l’ho ribattezzato Natale a Sakaar.
— Non sono una fan della Scarlett Johansson. Di sicuro è molto bella, ma non vedo questo grandissimo talento come attrice. Almeno non nei film che ho visto.
— Sono estremamente sensibile al tema nazismo e Olocausto. Non per motivazioni strettamente personali, ma perché un’atrocità del genere mi sconvolge profondamente. E proprio per questo sono decisamente permalosa in merito. L’idea di un film comico a tema nazismo, mi ha fatto partire col piede sbagliato.

E nonostante tutto questo ho amato Jojo Rabbit.

La storia è molto semplice: c’è il solito contatto tra un fervente nazista (anche se in questo caso è un bambino) e il suo acerrimo nemico, un’ebrea, e la scoperta di quanto sia stupido l’odio e il razzismo.

Però Jojo (Roman Griffin Davis, davvero molto bravo) non è un ragazzino qualunque. Come tanti bambini della sua età ha un amichetto immaginario, ma il suo è addirittura Hitler in persona (interpretato dallo stesso Taika Waititi). Un Hitler che gli infonde coraggio, lo sprona a dare il meglio di sé e lo coccola. Anche se finisce sempre per metterlo nei guai.

Questo almeno finché Jojo tiene fede alla causa nazista. Nel momento in cui cede, quell’Hitler immaginario rappresenta più gli ultimi strascichi di una fede indotta e – per fortuna – smantellata.

L’ebrea in questione si chiama Elsa (Thomasin McKenzie) e ha un bel caratterino. Non è una vittima indifesa che scioglie il cuore del protagonista con la sua dolcezza, ma un cumulo di rabbia e frustrazione che si va sfogare in piccole vendette contro il nostro coniglietto.

Jojo vive da solo con la madre, la suddetta Johansson, una madre energica, combattiva, ribelle e imperfetta. E le sue imperfezioni la rendono un personaggio realistico e davvero interessante, anche se appare poco. La recitazione della Johansson onestamente non mi sembra da Oscar. Ma di sicuro la giuria ne capisce più di me. Avranno avuto i loro motivi per nominarla.
Gli attori sono tutti, o quasi, terribilmente bravi e perfetti nel loro ruolo. Non posso fermarmi troppo a lungo su di loro, o rischio di farvi spoiler, ma permettetemi di applaudire a piene mani Sam Rockwell. Il suo personaggio è probabilmente il mio preferito dopo Jojo.

La sceneggiatura, i dialoghi, la regia… è tutto strutturato perfettamente, in modo da trascinarti esattamente nello stato d’animo perfetto per la scena.
O almeno, con me hanno fatto 20 naturale col dado.
Jackpot.
Homerun.
Chiamatelo come vi pare.
Ho riso tantissimo nella prima parte e pianto come una fontana nella seconda parte del film. Diciamo dalla caduta della Germania, per capirci senza far spoiler. Perché sì, ho pianto. E questa volta non una lacrimuccia flebile, ma un bel pianto come non ne facevo da un bel po’ per un film. Avevo paura che quella comicità avrebbe dissacrato un tema che, secondo me, non dovrebbe mai essere preso con leggerezza. Ma non c’è assolutamente nulla di leggero in quello che vedrete. Con estrema eleganza e delicatezza, Waititi riesce a portare sullo schermo delle atrocità senza mostrarle davvero, senza sbandierare immagini crude. Anzi. Le copre con un mantello colorato e sbrilluccicoso, che lascia vedere benissimo lo scuro vestito sotto.
Certe scene che possono sembrare comiche, dopo la prima metà del film, non lo sono affatto. Anche se qualcuno in sala ha riso lo stesso, anche se lì per lì vi sembra che quella scena debba far ridere… vi prego. Fermatevi un attimo a pensare che probabilmente è successo davvero. Che c’è stato davvero qualche bambino mandato a morire. Che ancora oggi ci sono bambini mandati a morire. Che ancora oggi c’è chi è disposto a uccidere per il colore della pelle, per la religione, per qualsiasi idiozia ci faccia apparire diversi. Fermatevi a riflettere sull’orrore che è stato e che ancora è. E se ancora non versate nemmeno una lacrima, allora la verserò io per voi.

 

Ho giusto una critica da fare, davvero piccola, ma devo farla.
I tedeschi spesso usano Ja. No, non intendo i veri tedeschi. Quello è normale. Intendo nella pellicola. È un continuo di cose come “Avete capito bene, Ja?”. La trovo una forzatura decisamente inutile e senza senso. Anche se la pellicola è girata in inglese, e doppiata in italiano per noi, i personaggi sono tedeschi in Germania che parlano tedesco con altri tedeschi. Che senso ha lasciare quello “ja”? Una piccola sbavatura che magari innervosisce solo me, che da traduttrice non reggo proprio queste cose.
Ma a parte questo piccolo neo, non posso che alzarmi in piedi per questa pellicola e consigliarla a tutti.
E infatti si è meritato un bel po’ di nomination agli oscar:
Miglior Film
Migliore Scenografia
Miglior Attrice non Protagonista
(appunto: Scarlett Johannson)
Miglior Montaggio
Miglior Sceneggiatura Non Originale
Migliori Costumi
.

Signor Waititi, mi dia retta: lasci perdere il dio del tuono e continui così, che rimaniamo amici.

Don

Don