Beautiful Boy: la recensione

2388 0

Presentato alla Festa del Cinema di Roma 2018 esce nelle sale Beautiful Boy, dramma famigliare con Steve Carell e Timothée Chalamet, portato alla ribalta da Chiamami con il tuo nome di Luca Guadagnino.

La locandina di Beautiful boy si presenta in bianco e nero, un po’ rovinata e piegata. L’immagine di un padre e di un figlio sorridenti ed un abbraccio che dice tutto. Non servono le parole per descrivere il loro rapporto. Questa immagine è il perfetto riassunto di quello che troviamo nell’ultimo lavoro di Felix Van Groeningen (nomination all’Oscar 2014 per il toccante Alabama Monroe). Anche se la vita ci porta a risolvere annose situazioni, che sembrano senza via di uscita, dove tutto è stropicciato, non curato e il colori della gioia spariscono acciecati dalle droghe più spietate, rimane lì forte come un uragano, l’amore di un padre verso il figlio. Lo si vede chiaramente e va oltre le intemperie testimoniate dall’usura della foto. Il loro è un legame nutrito come i colori dell’estate e dei fiori più profumati, che si può piegare ma non distruggere.

Beautiful boy racconta le vicissitudini della famiglia Sheff e della loro battaglia per sconfiggere la tossicodipendenza del figlio Nicolas (Timothée Chalamet). Ragazzo modello di 18 anni, impegnato in molte attività scolastiche, il suo futuro è roseo con il college alle porte. Peccato che fin dalla giovane età a Nic piace provare ogni tipo di droga. Anche se non sembra in pericolo pian pianino si ritrova travolto dalla dipendenza, che diventa corrosiva quando si imbatte nelle metanfetamine. La destinazione finale è la morte e a questa il padre David (Steve CarellBenvenuti a Marwen) non ci vuole nemmeno pensare. Il suo adorato figlio soccombe giorno dopo giorno alla terribile legge della droga, sempre in astinenza non riconosce più la realtà, perdendo di vista anche i punti fermi degli affetti. Ma la speranza è l’ultima a morire e David Sheff sarà lì presente anche quando si sentirà tradito dal Bel figlio, perennemente latitante e pronto a cadere nel baratro più scuro e profondo.

Prima di approdare alla Festa del cinema di Roma Beautiful boy è stato presentato al Festival di Toronto 2018. Questa storia tormentata, che malgrado tutto non abbandona mai la possibilità di un futuro migliore, è stata adattata per lo schermo dallo stesso regista Van Groeningen coadiuvato da Luke Davies. Insieme hanno lavorato sul libro biografico di Nic Sheff Tweak: Growing Up on Methamphetamine e sul bestseller del padre David Beautiful Boy: A Father’s Journey Through His Son’s Addiction.
Il lungometraggio è accostabile al recente Ben is back con Julia Roberts. Entrambe i lavori non proprio riusciti. Più vero e immediato il Rachel sta per sposarsi di Jonathan Demme. Sullo stesso argomento si ricordano due mostri sacri del genere. Il primo è Trainspotting di Danny Boyle, più allucinato; affresco degli anni 90’ improntato su una cultura propensa alla devastazione. Il secondo e sarebbe meglio dire la seconda è una serie tv cult: Breaking Bad. Qui siamo dalla parte opposta di chi muore o soffre di “met”. L’ascesa criminale del famigerato spacciatore Walter White (Bryan Cranston), che non guarda in faccia a nessuno pur di assicurare un futuro di benessere alla propria famiglia.

Seppur doloroso Beautiful Boy non spinge con vigore verso gli aspetti morali del caso, e questo è un punto a favore. Il secondo encomio va alle prove attoriali di Carell e Chalamet. Entrambe in splendida forma. Le emozioni forti, che non riesce a farci vivere la regia, e di questo ne parliamo dopo, vengono dalle performance dei due protagonisti. Lavorano sia con una spiccata fisicità, che sulla psiche del proprio personaggio. Nella loro ricerca di verticalismo portano a galla, sui volti, quelle espressioni colme di sofferenza e di patimento, riuscendo anche a non far mancare l’affezione. Timothée Chalamet ha ricevuto una nomination agli ultimi Golden Globe per questa prova attoriale.
Ora passiamo ai punti dolenti: la scrittura e la regia. I tempi narrativi non sono ben calibrati e si tende a giocare troppo con gli strati temporali. Ne risente il motore drammaturgico, che va in panne e si ha un senso di incompiutezza. In questa défaillance rimane incastrata anche la regia, la quale non spicca di inventiva, si limita a fare il compitino senza nessuna pennellata geniale. Direzione che inciampa in parte nel didascalico, declinando poi in metriche ridondanti, che indeboliscono la lotta presente nel film piuttosto che renderla coriacea. Il registro non cambia mai. Beautiful boy è un film crudele e al tempo stesso sincero ma, ahinoi, non arriva come dovrebbe al cuore.

Leggi anche: Timothée Chalamet: storia del nuovo talento di questa generazione