Chi mi conosce sa che il mondo dei doppiatori è una delle mie passioni più radicate.
Non è un caso che l’iniziativa di ProjectNerd in collaborazione con Think Comics A cena con la voce nasca proprio da questo amore, dal desiderio di avvicinare le persone a quegli artisti che hanno accompagnato intere generazioni nel buio di una sala cinematografica o davanti alla tv del pomeriggio.
Quando ho deciso di portare quell’interesse sul campo, la destinazione era obbligata: Roma. La capitale italiana del doppiaggio, il luogo dove tutto è nato e dove sono concentrate le sedi più importanti del settore.
Quello che segue è il mio resoconto personale di quei giorni: impressioni, dettagli tecnici e qualche chicca che difficilmente trovate altrove.
Perché oggi non puoi più visitare uno studio di doppiaggio
Prima di raccontare quello che ho visto, una premessa necessaria per chi legge questo articolo sperando di replicare l’esperienza.
Negli ultimi anni gli studi di doppiaggio romani hanno chiuso sistematicamente le porte ai non addetti ai lavori. Non solo ai curiosi, anche agli studenti di dizione e doppiaggio si vede spesso negare l’ingresso in sala.
I motivi sono essenzialmente due.
Il primo è logistico: molti studi sono ricavati in spazi angusti, ottimizzati per contenere il maggior numero possibile di sale in pochi metri quadri.
Avere cinque o sette persone in sala regia, oltre al doppiatore e all’assistente nell’area di incisione, rende il lavoro impossibile.
Il secondo è contrattuale: Netflix, Amazon e tutte le major cinematografiche considerano questi ambienti aree a rischio di fuga di informazioni.
Un prodotto in doppiaggio è spesso un prodotto non ancora uscito.
La presenza di persone non vincolate da accordi di riservatezza è un problema reale, non una paranoia.
Se riuscite ad entrare oggi, avete avuto una fortuna rara.
Io quella fortuna l’ho avuta e ve la racconto.
Giorno 1 — Fonoroma, Via Ceneda 8
Il mio accesso agli studi lo devo a Mino Caprio, classe 1955, doppiatore e attore italiano, voce ufficiale di Peter Griffin ne I Griffin, di C-3PO nella saga di Star Wars e di Kermit la rana nelle varie incarnazioni dei Muppets.
Una persona di generosità rara, che mi ha offerto guida, ospitalità e soprattutto il suo nome, che in certi ambienti romani apre porte che altrimenti resterebbero chiuse.
La prima tappa è la Fonoroma, in Via Ceneda 8.
Da fuori sembra un complesso scolastico o teatrale, con una portineria che controlla l’accesso a undici studi distribuiti su più livelli.
Dentro queste sale è stato doppiato Titanic di James Cameron: Rose e Jack con le voci rispettivamente di Chiara Colizzi e Francesco Pezzulli, e centinaia di altri titoli entrati nella cultura italiana.
Entrando, scorgo alle mie spalle Luca Ward, la voce ufficiale di Pierce Brosnan e Russell Crowe, tra gli altri in attesa per un altro turno su un progetto che non sapremo mai.
Chi mi accompagna dimentica di presentarmelo, e io non insisto: il primo turno a cui sto per assistere ha la priorità.
Come funziona un turno di doppiaggio: dialoghi, fiati e regia
A doppiare la serie Netflix non è Mino ma suo figlio Gabriele, già voce del giovane Gray Mitchell in Jurassic World e di Sebastien nel live-action di Belle & Sebastien. Al timone della direzione artistica c’è Federico Zanandrea, voce di Tintin nel nuovo doppiaggio italiano e della nuova voce di Freezer e Frost in Dragon Ball Super. L’assistente al doppiaggio è Tiziana Bozzacco.
La sala di incisione è ampia, insonorizzata, dominata da un proiettore che riproduce lo spezzone originale e da un leggio illuminato dove il doppiatore posiziona il copione.
La sala regia, dove lavorano direttore e fonico, è separata: è lì che si gestiscono i livelli audio, le sincronizzazioni e ogni correzione necessaria.
Il lavoro scorre veloce e con poche interruzioni. Gabriele dimostra un talento già consolidato.
Vale la pena soffermarsi su una parte del doppiaggio che raramente viene citata: i fiati.
Sono tutte quelle sessioni in cui il personaggio ansima, respira affannosamente, corre, momenti senza dialogo vero e proprio ma in cui la voce è presente e deve essere incisa con la stessa cura delle battute.
Per un adulto è già un territorio complicato. Per un ragazzo adolescente è una prova tecnica non banale. Gabriele la supera senza rallentamenti.
Un turno per i giovani è composto da circa settanta righe da doppiare.
Per gli adulti quasi il doppio.
Diadema — uno studio diverso, una riflessione necessaria
Nel pomeriggio ci spostiamo in uno studio vicino alla Fonoroma ma completamente diverso per atmosfera: collocato al livello -1, ricco di poster storici, Hellraiser, alcune delle prime produzioni con Giancarlo Giannini come attore e di quella patina di storia cinematografica di seconda mano che certi luoghi sanno conservare meglio dei musei.
Qui Gabriele doppia il protagonista di un film fantasy tedesco per ragazzi: una storia di vampiri e maghi destinata all’home video e il lavoro è tecnicamente più libero, senza i vincoli di riservatezza imposti da Netflix.
Il personaggio da doppiare ha sette o otto anni.
Gabriele ne ha quasi quattordici e una voce già ben diversa.
La scelta del direttore lascia qualche perplessità: il mercato dei giovani doppiatori è ampio, e selezionare un ragazzo fuori età anagrafica per questo ruolo è una decisione che nel prodotto finito potrebbe avere un peso.
Il lavoro eseguito è buono, probabilmente il film in sé contribuisce a rendere alcune parti meno convincenti di quanto il doppiatore meriti.
Ma è uno di quegli episodi che ricordano come anche in un mondo artigianale e appassionato come questo, certe decisioni vengano prese con meno cura di quanta ne meriterebbero.
Il doppiaggio è un’arte che ha costruito la relazione emotiva di intere generazioni italiane con il cinema mondiale. Fa specie quando alcune sue parti vengono trattate come una formalità.