Chaplin nella sua prima apparizione cinematografica, in Charlot Ingombrante

Charlie Chaplin: il compleanno di Charlot, malinconia e gioia dopo più di cento anni Mostro sacro, pioniere, musicista, circense, poveraccio e conquistatore. Chaplin è questo e molto altro. Oggi il suo Charlot compie 104 anni.

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Charlot di Chaplin compie gli anni, ma non si vedono

Descrivere Chaplin è praticamente impossibile. Non vogliamo nemmeno provarci, perché sarebbe dispersivo e inutile, almeno quanto cercare di rappresentare la perfezione.

L’amore per questo artista è, citando le sue stesse parole, “la più bella delle frustrazioni, perché l’amore è sempre di più di quanto uno possa esprimere”.

Ci sono avvenimenti, nella storia del cinema, che restano indelebili e inamovibili nel cuore della gente. Come i titoli di testa di Star Wars, il tema musicale di Jaws, o il finale de Il Nido del Cuculo. Si imprimono, sigillano un’emozione che sarà per sempre la stessa e ogni singola volta, sarà come tornare indietro nel tempo, sorprendendoci di quanto alcune cose non possano cambiare.

È amore, allo stato puro, quello che non cambia mai, quello che tutti vorremmo ricevere, ma che in questi casi siamo solo capaci di dare, con tutta la sincerità e la gioia di cui disponiamo. Col cinema comico degli albori, e con Chaplin in particolare, la cosa si verifica in pieno.

Non cambia. Ogni volta, appena parte la musica, ci viene un sorriso ebete di cui non siamo responsabili. È una sensazione incontrollabile a cui non vogliamo rinunciare per nessuna ragione, perché in quel momento, almeno per una volta, il mondo si ferma, ed esiste solo una cosa, meravigliosa. La gioia. Mista a malinconia, a tristezza, a dolcezza, alla dignità, alla rabbia ma anche alla rivalsa personale.

Perché tutti, volenti o nolenti, amiamo Chaplin, un po’ come amiamo Fantozzi, perché ci da la soddisfazione di vedere qualcuno che difende i propri valori, a discapito della sua condizione. Nella storia del cinema, solo Rocky è riuscito a dare la stessa emozione al pubblico, identica ogni volta che lo vediamo sferrare un pugno contro l’avversario, che è in realtà la metafora del mondo dal quale si deve difendere e vincere, incassando i colpi ma rialzandosi sempre.

Il vagabondo non solo si rialza, ma fa spallucce, si gira, e se ne va più allegro di prima, perché “la vita vale ancora la pena, se continui a sorridere”.

È entrato in qualcosa di più grande e profondo dell’immaginario collettivo, è un archetipo di valori umani, che si connette al filo diretto del cuore dal primo frame.

Chaplin, nonostante la sua vita privata fosse una costante dicotomia tra l’uomo e il personaggio, è riuscito nell’impresa perché fino alla fine dei suoi giorni è rimasto una cosa e una soltanto: un poveraccio nato e cresciuto nella miseria, che ha avuto solo sé stesso come mezzo per combattere non il mondo, ma la vita. Alcuni lo profetizzano, in effetti quando abbandona i panni del Vagabondo, lanciando il suo grido umanitario ne Il Grande Dittatore, si avvicina in maniera estrema alla figura di profeta dell’umanità, raffigurando Charlot, travestito da Hitler e divulgando l’essenza del socialismo, “che dia ai giovani un futuro e ai vecchi la sicurezza”.

Più che un profeta, però, l’uomo è un mito, al pari di Ercole, perché incarna uno stereotipo che trascende i filtri dell’interpretazione. Se il semidio è la raffigurazione della forza e della costanza, Charlot è quella della resilienza.

Resiste e si rialza, e ci piace perché oltre a farlo grazie alla sua bontà, lo fa anche grazie ad una caratteristica molto più umana: la rabbia di chi non si vuole far fregare e che non vuole vedere danneggiate le persone a cui tiene. In alcune situazioni possiede una sottile cattiveria, forse tipica della condizione meno abietta, che ci sorprende ma ci fa tifare per il piccoletto che combatte contro fame, polizia, stato sociale…e mariti gelosi.

Già, i mariti gelosi, perché oltre ad essere un genio comico, è anche un mangiatore di donne, quasi predatorio. Fu il primo grande artista a finire in mezzo al turbinio dei mass media, prima per i matrimoni e le scappatelle con le minorenni, poi con il governo per presunte affiliazioni al Comunismo. In realtà a Chaplin degli orientamenti politici non poteva importargliene di meno, ma i vertici dell’epoca non gradirono il tipo di impegno che l’artista voleva prendere per la tutela delle masse, e si tinse indelebilmente di rosso, fino al giorno del suo esilio dagli USA per mano di un FBI che non ha mai tollerato le sue tendenze scandalistiche.

Nonostante la vita difficile, al piccoletto vennero conferiti tre Premi Oscar, di cui uno retroattivo, unico caso nella storia della cerimonia, i titoli di Cavaliere Commendatore dell’Ordine dell’Impero Britannico, Grande Ufficiale Ordine al Merito della Repubblica Italiana, Commendatore dell’Ordine della Legion d’Onore, la laurea honoris causa in Lettere ad Oxford.

Ma più di tutto questo, è nella lista dei migliori cineasti di tutti i tempi. L’inizio di questa storia cinematografica è oramai antica, con tutte le caratteristiche del predestinato.

Prima di iniziarne il racconto, vi invitiamo a vederlo non solo per prenderne conoscenza, ma per stupirci ancora di come, a detta di Daniel Taradash, “il tempo sia il più longevo e fidato amico di Chaplin. Riguardate questi film, piangete e rigioite”.

L’esordio che prelude al futuro

In Kid Auto Reces, in Italia distribuito come Charlot Ingombrante, Chaplin tuona il suo messaggio.

Sono qui e voi siete lì. D’ora in poi io esisto e non riuscirete a staccarmi gli occhi di dosso.

Bang. Il 7 febbraio 1914, in soli quarantacinque minuti, il Vagabondo prende vita. L’attore ha venticinque anni ed è all’inizio della carriera delle carriere, che lo porterà da povero in canna a milionario nel giro di pochi mesi. Nessuno, controllare per credere, ha stabilito le regole del mainstream moderno quanto lui, Mack Sennett e la Keystone.

Entra nel mondo del cinema dopo essere stato notato di sfuggita dal produttore durante uno spettacolo teatrale, e dopo un anno scarso, era l’essere umano più pagato al mondo. Un miliardario che dai bassifondi di Londra arriva a scegliersi le case di produzione in base ai propri interessi, e lo fa a suon di risate. Quando si dice una risata vi stenderà.

Allo stesso modo presenta Charlot. Si reca col regista Henry Lehrman a Venice, vicino agli Studios, dove è in corso una gara automobilistica per bambini. Il pubblico si accalca a ridosso della pista, i grandi avvenimenti figli della tecnologia e dell’industria sono le meraviglie a cui tutti vogliono essere partecipi. In mezzo a quella situazione, che fino quel momento era un vero e proprio documentario sulla gara, spunta un omino sgarbato, vanesio e fastidioso.

L’outfit è ipnotico, ha una bombetta troppo piccola per contenere quei ricci ribelli, un bastone di canna sottilissimo, scarpe e pantaloni lievitati troppo e una giacchetta evidentemente confezionata su qualcun altro.

Invade il campo visivo, intralcia gli addetti ai lavori, si fa cacciare dal regista e inizia a fare smorfie degne del bagaglio teatrale chapliniano di fine ‘800. In tutto ciò il messaggio, letto a posteriori, è chiaro: qualsiasi cosa il cinema avesse intenzione di riprendere fino a quel momento, da adesso in poi ci sono io. Emergo dalla massa accalcata ai lati dello spettacolo, sono uno di loro, li conosco e li comando a piacimento. Sono qui, sono vivo, i baffetti funzionano e niente potrà fermarmi.

A rendere surreale e profetica la situazione è la natura documentaristica dell’opera. Non è un set, è quasi un ready-made dadaista che colpisce lo spettatore dritto negli occhi, che da quel momento saranno solo per Charlie. Il Vagabondo che monopolizzerà il pubblico emerge dal pubblico stesso, in maniera diegetica, senza artifici scenici. Un messaggio alla Storia.

Il pubblico è il miglior personaggio della gag. Le persone che assistono alle movenze di Chaplin smettono di guardare la gara, lo fissano, sono ipnotizzati, non comprendono, alcuni ridono senza capire cosa stesse succedendo. Cosa sta combinando quel maleducato? Perché non la smette di tormentare quel povero cameraman? Che sta succedendo? È vero? È finto?

È verissimo, ed è inevitabile per i prossimi trent’anni. Si chiama Charles Spencer, viene da Londra, è nato quattro giorni prima di Adolf Hitler, e vi sta immortalando nella prima, vera e autentica reazione di pubblico di fronte al personaggio del secolo.

Questo compleanno è di un’importanza superiore, perché in concomitanza con la nascita di Charlot, in questo prodotto abbiamo una rappresentazione estemporanea del suo pubblico, che ignaro, senza accorgersene, ha distolto l’attenzione da quel che stava facendo e ha iniziato a divertirsi. Così sarà, dal 7 febbraio 1914 alla scomparsa dell’Uomo sulla Terra.

Buon compleanno Charlot, il mondo ti è grato per ogni singolo frame, ogni singola risata, ogni singola lacrima.

Francesco Paolo Lepore

Francesco Paolo Lepore

Redattore presso PJN e CinemaTown, laureato in Nuove Tecnologie dell'Arte, studente di Social Media Marketing. Il cinema è una costante della sua vita. Ha scritto e diretto diversi progetti per le università e il territorio. Amante dei mass media, ne studia minuziosamente i meccanismi utili alla comunicazione emozionale. Scrive da sempre, osserva da sempre, ricorda tutto da sempre.